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Cannes 2019 - The dead don’t die

Pubblicato il 15 maggio 2019 da Anton Giulio Onofri

VOTO:

Cannes 2019 - The dead don't die

Zeppo di allitterazioni dentali ad effetto, il titolo originale inglese del nuovo film di Jim Jarmusch scelto dal Festival di Cannes per la serata di apertura dell’edizione 2019 (e inserito nel concorso ufficiale) lascia indovinare quella programmaticità estetica e strutturale tipica di un cinema che, salvo rare e riuscite intuizioni liriche (Dead Man, Ghost Dog), risulta a volte troppo costretto in griglie che nel nome di un pretestuso understatement congelano le azioni, i dialoghi e le reattività dei personaggi, come certe strisce a fumetti statunitensi degli anni ’90 del secolo scorso. Il suo pubblico di fedelissimi Jarmusch ce l’ha, e quasi tutti i suoi film hanno ottenuto premi e riconoscimenti autorevoli, dunque è giusto che continui a perseguire la propria idea di un ‘cinema per gli amici’, realizzato insieme a sodali con cui intrattiene relazioni amichevoli anche lontano dal set, e dedicato a quella fetta di spettatori che da due, anzi forse già tre generazioni devotamente e affettuosamente lo seguono e lo sostengono. The dead don’t die, tuttavia, mostra evidenti segnali di stanchezza creativa ed espressiva, e il giochino della strizzatina d’occhio a chi si suppone sia già predisposto a un’adesione compatta (quella consensualità un po’ acritica e data per garantita non dissimile da quella che circola negli ambienti del Rock) stavolta tira troppo la corda.

È una storia di zombie uguale a tante altre, e non aggiunge niente al classico repertorio delle torme di morti viventi che da Romero in poi hanno popolato decine di film horror di varia qualità e spessore. I due poliziotti protagonisti, uno scanzonato (dov’è la novità?) Bill Murray e un sottoutilizzato Adam Driver, costretto dall’inizio alla fine in un’espressione corrucciata e catatonica di cui lui per primo non sembra affatto convinto, affrontano una progressiva e incontenibile invasione di creature risuscitate dalle tombe del cimitero cittadino di Centerville, Ohio: un intreccio vero e proprio non c’è, né sorprendono come (forse) vorrebbero alcune trovatine di sceneggiatura per tingere di surreale una storiella esile e fin troppo lineare. La ‘metafora’ (virgolettato di default, vista la banalità che il termine ormai puntualmente comporta) di un’America contemporanea trumpianamente votata all’autodistruzione civile e culturale è evidente fin dalle sequenze iniziali, e raggiunge inaspettate punte di ovvietà là dove è talmente prosaica da risultare fastidiosamente tautologica, come quando gli zombi si aggirano per la strada brandendo tablet e cellulari con il display illuminato e vuoto in cerca di un segnale wifi. Il ‘cast da paura’ (come dovrebbe recitare il claim dell’edizione italiana) comprende, sì, altri nomi e volti illustri, come Chloë Sevigny, Steve Buscemi, Tom Waits - abbigliato di stracci nel ruolo di un anziano e saggio barbone, testimone e custode (forse) dell’idea di un’America implosa e malridotta obbligata ad osservare impotente l’apocalisse della contemporaneità – Tilda Swinton, arcana guerriera armata di una micidiale katana, un trasfigurato (dal trucco mortaccino) Iggy Pop, una florida e fresca Selena Gomez, un Danny Glover che fa sempre piacere ritrovare sullo schermo, ma il tono generale mantenuto da Jarmusch a un volume tanto sobrio da aver voglia di enfatizzarlo pigiando eventualmente il tasto del loudness, ci smorza sul nascere qualsiasi moto di simpatia e voglia di entrare in una storia la cui conclusione viene addirittura anticipata in uno scambio di battute tra i due poliziotti che a parere di chi scrive sono da inseririsi nell’album degli errori madornali di sceneggiatura da evitare come la peste a meno che non si voglia indulgere in quel ‘metacinema’ di cui francamente, a ventunesimo secolo già piuttosto inoltrato, si dovrebbe fare serenamente a meno. Peccato, inoltre, che al buon livello degli effetti speciali (le decapitazioni e gli sventramenti della spada della Swinton sono, a onor del vero, doviziosamente curati e realistici) corrisponda una sequenza finale montata con dissolvenze e sovrapposizioni di casualità imbarazzante, che abbinata al sermoncino conclusivo pronunciato dalla voce fuori campo di Tom Waits, contribuisce a spingere stancamente il film verso i titoli di coda, con lo stesso passo strascicato e sbilenco di un morto vivente.


CAST & CREDITS

(The dead don’t die); Regia: Jim Jarmusch; sceneggiatura: Jim Jarmusch; fotografia: Frederick Elmes ; montaggio: Alfonso Goncalves; musica: Sqürl; interpreti: Bill Murray, Adam Driver, Tilda Swinton, Clohë Sevigny, Danny Glover, Selena Gomez, Iggy Pop, Tom Waits; produzione: Animal Kingdom; distribuzione: Universal; origine: USA, 2019; durata: 103’


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