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Venezia 75 - Capri - Revolution - Concorso

Pubblicato il 8 settembre 2018 da Anton Giulio Onofri

VOTO:

Venezia 75 - Capri - Revolution - Concorso

Mario Martone è tra gli artisti italiani dello spettacolo più versatili e poliedrici, e se il pubblico del cinema, tendenzialmente restio ad abbracciare anche altre discipline, lo conosce solo per i suoi film, chi frequenta anche il teatro e l’Opera ne apprezza un’attività di regista ai massimi livelli dell’espressione contemporanea. Il suo stile asciutto e orientato verso il continuo aggiornamento della moderna sensibilità pur in contesti storici lontani dall’oggi, costituisce una delle rare eccellenze della creatività dello spettacolo made in Italy. Dopo il relativo insuccesso del pur ottimo L’odore del sangue (un film tratto dal controverso e forse ancora piuttosto ‘scomodo’ romanzo di Goffredo Parise), Martone ha scelto, nel tornare dietro la macchina da presa, un approccio diverso, che prendendo le mosse dalla lezione di Rossellini restaura un modo di narrare che si potrebbe definire più ‘scientifico’, o che almeno ne avrebbe l’ambizione. Sono nate così grandi produzioni sostenute da importanti network internazionali come la Rai e altre televisioni europee, dunque con investimenti in danaro ben più cospicui dei progetti precedenti costati di meno, eppure, almeno a parere di chi scrive, infinitamente più genuini e sorprendenti. Primo titolo di una ideale trilogia sull’Italia e sui suoi momenti storici che l’han colta durante fasi di sviluppo e di crescita civile, morale e intellettuale, Noi credevamo raccontava il nostro Risorgimento utilizzando il cinema come mezzo per istruire (dunque non solo intrattenere) il pubblico italiano dell’inizio degli anni 10 del nuovo secolo con l’evidente intenzione di ricompattare una coscienza identitaria compromessa dagli anni del berlusconismo puntando i riflettori sui migliori propositi che avevano animato chi attivamente collaborò alla costruzione di un’Italia una e democraticamente matura fondando le radici di un Paese moderno: personaggi storici ed eroici che le generazioni precedenti avevano conosciuto sui banchi di scuola, ma anche attraverso gli sceneggiati televisivi alla tv dei ragazzi degli anni 60 e 70, il cui linguaggio Martone sembra riadottare come affettuoso omaggio, appena aggiornandoli ad un grado più accurato di ricostruzione storica. Tre anni dopo realizza il secondo capitolo di questa trilogia ideale, un biopic sulla vita di Giacomo Leopardi, Il giovane favoloso, mantenendo la medesima impostazione didascalica e televisiva, accesa nella parte finale da un afflato di poesia cinematografica assente nella prima parte, che tuttavia non sgombra mai completamente il sentore di cattedratica pedanteria di tante ricostruzioni storiche di finzione destinate alla televisione.

Ecco ora, a concludere questa trilogia sulla storia d’Italia nell’affacciarsi al XX secolo, Capri – Revolution presentato in concorso a Venezia 75. È più che legittimo credere che Martone, per la sua levatura di artista colto e di finissimo intellettuale, faccia il cinema che ha intenzione di fare, e che ogni risultato sia il frutto di precise e volontarie scelte in fatto di estetica e stile. Delle tre parti del trittico, questo terzo capitolo costituisce forse la sfida più audace: se Mazzini, Crispi, Garibaldi, o Giacomo Leopardi, sono figure mediamente note anche a chi non abbia preso una laurea in Storia Moderna o in Letteratura Italiana, il pittore Karl Diefenbach è piuttosto oscuro ai più, per quanto invece sia tra i primi che tentarono di realizzare non solo artisticamente il sogno di una vita all’insegna di uno spiritualismo che liberasse l’Uomo dalle costrizioni sociali e psicologiche, proiettandolo in una totalizzante armonia con la Natura, in anticipo sui futuri movimenti Hippie di mezzo secolo più avanti. Nel 1913, nell’Europa che andava disfacendosi per crollare di lì a poco nel baratro della I Guerra Mondiale, fiorivano un po’ ovunque consessi che riunivano giovani rampolli di famiglie facoltose suggestionati dalle teorie di un’umanità che si sarebbe salvata soltanto se si fosse riappropriata di una spontanea naturalità. Nudi, appartati in un bosco del Monte Verità vicino ad Ascona, in Svizzera, o radunati per salutare il sole al tramonto su uno scoglio di Capri, questi ragazzi moralmente disinibiti creavano senza saperlo la danza moderna, praticando discipline ispirate alla gestualità e alla pratica di una vita immersa nella Natura che per più di mezzo secolo continuò a richiamare in India giovani e meno giovani di tutto il mondo... Questo è l’argomento di Capri – Revolution, e fin sulla carta non c’era che da applaudire all’idea di illustrare un aspetto meno noto, al cinema addirittura completamente ignorato, del tradizionale Grand Tour che i nordeuropei più facoltosi del XIX secolo, curiosi e di mente aperta, compivano scendendo nel nostro Paese per scoprirne le bellezze naturali e artistiche, creando scompiglio e scandalo in una popolazione ancorata ai principi etici e morali del cattolicesimo. Purtroppo il risultato – certamente così concepito e voluto da Martone – è l’inerte rappresentazione di un mondo che al cinema non può funzionare se volontariamente gli seghi via una credibilità fondata sull’autenticità della ricostruzione, qui sostituita da una recitazione impostata in quella modalità finzione che sul grande schermo tutto spegne e congela. Non c’è nessun tentativo – certamente perché non era interesse del regista, ma chi ne avverte l’assenza non può approvare per quieto vivere, e restar zitto – di restituire l’aura veritiera delle case contadine, delle vesti bisunte, del muschioso fetore delle capre, della campagna e della salsedine appiccicato ai capelli, alle pelli (qui troppo lisce e linde, con le ascelle e i sessi femminili anacronisticamente depilati – per fortuna sono assenti i tatuaggi!...), e farcelo sentire nelle pieghe delle voci gutturali, dei toni dimessi e intimiditi dalla povertà, qui sostituiti da voci attoriali di marca teatrale, impostate su una prassi espressiva di stampo televisivo e didascalico. L’uso delle musiche di Sascha Ring e Philipp Thimm e dell’inglese come lingua da tutti adottata per comunicare suggerirebbe di estrapolare dal contesto temporale le danze e le coreografie dei sodali del giovane pittore che della comunità degli ‘stranieri’ è il guru spirituale, per creare una connessione con quella gioventù che in ogni tempo ha tentato e sempre tenterà di sottrarsi ai vincoli di una società soffocata dalle regole e dalle convenzioni, col rifugiarsi in un’approfondita conoscenza di sé e del proprio corpo per meglio aderire alla virginale primordialità della Natura. L’effetto è invece quello di un dettaglio filologicamente incongruo e disorientante, che livella verso il basso l’anelito spiritualista della comunità che ne esce descritta come una mediocre compagnia di moderni danzatori New Age. Avrà certamente i suoi estimatori, Capri – Revolution, ma per chi scrive resterà solo l’ulteriore tappa di un’involuzione cui Mario Martone sembra da anni indulgere di sua volontà, e pertanto rispettabilissima, ma che non inibisce il desiderio di vederlo tornare al cinema che faceva una volta.


CAST & CREDITS

(Capri - Revolution); Regia: Mario Martone; sceneggiatura: Mario Martone, Ippolita Di Majo; fotografia: Michele D’Attanasio; montaggio: Jacopo Quadri, Natalie Cristiani; musica: Sascha Ring, Philipp Thimm; interpreti: Marianna Fontana, Reinout Scholten Van Aschat, Antonio Folletto, Gianluca Gennaro, Eduardo Scarpetta, Donatella Finocchiaro; produzione: Indigo Film, Rai Cinema; distribuzione: 01 Distribution; origine: Italia, 2018; durata: 122’


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