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CineCult - Intervista a Lou Castel: la lotta armata e quel boomerang in Spagna

Pubblicato il 26 novembre 2018 da Carlo Dutto


CineCult - Intervista a Lou Castel: la lotta armata e quel boomerang in Spagna

Incontriamo l’attore svedese, naturalizzato italiano, Lou Castel, nome d’arte di Ulv Quarzéll, classe 1943, al Nuovo Cinema Aquila, nel quartiere Pigneto di Roma [nella foto l’attore e in fondo all’articolo Castel con il pugno in tasca e il cronista], in occasione della serata di premiazioni del RIFF - Rome Independent Film Festival. Qui, Castel presenta il cortometraggio “Per Sempre”, di Alessio Di Cosimo, di cui è unico, magnetico interprete e riceve una meritata Menzione Speciale. Noi di CineCult, da bastian contrari quali siamo, non faremo nessuna domanda sul film che lo ha reso famoso e per cui è entrato nell’immaginario collettivo, I pugni in tasca, di cui son colmi libri, siti, video, extra di dvd... Cresciuto in Giamaica, a New York e a Stoccolma, Castel è apparso in circa 100 film di nazionalità, generi e budget diversi, rivelandosi come interprete ribelle ed eclettico. In Italia ha lavorato con molti registi tra cui Liliana Cavani, Salvatore Samperi, Mario Monicelli, Silvano Agosti, Ettore Scola, Marco Bellocchio.

1) Partiamo dal primo film che hai interpretato post-Pugni in tasca, Quien Sabe?, western del filone politico-rivoluzionario-sessantottino diretto da Damiano Damiani e scritto da Franco Solinas. Cosa ricordi delle riprese?

Ricordo delle belle chiacchierate proprio con Solinas sul treno che ci portava sul set spagnolo, in Almería: lui aveva una grande dialettica e i suoi film erano sempre ispirati dalla fede politica, era un periodo di grande impegno politico. Ma ricordo soprattutto il mio rapporto di amicizia con Gian Maria Volontè, che a volte si incrinava perchè io non prendevo nulla sul serio, provavo le battute seduto su una panchina e Volontè si arrabbiava tantissimo perchè voleva fossi sempre serio. Al mio personaggio ho dato quella che chiamo ’linearità’, nel senso di puntare in avanti, in linea retta, volevo che la mia recitazione fosse coerente con il personaggio, così una volta ho improvvisato una scena, senza avvertire il regista. Nella scena in cui i due sono a un bivio e Volontè chiede al mio personaggio, Bill Tate, “che strada prendiamo?”, io ho avuto uno scatto nevrotico, volevo che la pistola che tenevo in mano fosse in qualche modo viva e autonoma, ma a Damiani il gesto non è piaciuto e solo quando sono andato al cinema a vederlo ho visto che mi era stata tagliata la scena. Mi sono molto incazzato, da allora odio il montaggio!

2) Subito successivo, altro western politico, Requiescant, diretto da Carlo Lizzani e con un attore d’eccezione, Pier Paolo Pasolini...

Ricordo che questo film lo girammo in Italia, in degli studi fuori Roma e sia Lizzani che Pasolini volevano che interpretassi il personaggio con una chiave anarchica, io invece propendevo per un risvolto comico, volevo essere Charlie Chaplin! Anche quando sparavo e ripetevo la parola ’requiescant’ ogni volta, spostavo le dita e le mani in modo particolare. Lizzani sul set era molto simpatico, devo dire che essendo un film non impegnato forse lo girava con più leggerezza, so che a volte usò anche nomi fittizi per non far sapere che ci fosse lui dietro film non impegnati politicamente. Sempre per il mio piacere nell’improvvisare, nella scena in cui mi trovo tra le ossa, iniziai a fare un ballo proprio intorno alle stesse e Lizzani la apprezzò molto, non fui tagliato questa volta!

3) Terzo western all’italiana in ordine di tempo che hai girato, il violentissimo Matalo!, di Cesare Canevari, dove usi il boomerang invece della pistola, una soluzione davvero originale...

Eh eh eh, si, prima delle riprese mi sono esercitato tanto in campagna, vicino Roma, per imparare ad usare il boomerang, ma erano tutti troppo grossi e non tornavano mai indietro. Ma quando andammo a girare in Spagna, vicino Madrid, un carpentiere sul set costruì un boomerang più piccolo e leggero che magicamente riuscivo a far tornare indietro! Io non volevo fare un personaggio negativo, il boomerang mi faceva pensare agli aborigeni australiani e non volevo si associasse a loro una vena negativa. Ma l’idea dell’uso del boomerang è effettivamente una sorpresa unica, non è come una pallottola che va dritto al bersaglio, il bersaglio in qualche modo lo deve trovare, con le sue curve improvvise. Anche la macchina da presa faceva movimenti affascinanti, per seguire i boomerang, grazie a un braccio meccanico.

4) Avresti mai detto che questo film sarebbe diventato un vero cult del genere in tutto il mondo?

No, assolutamente, anzi, ero incazzato quando ho visto il successo che faceva: per me, infatti, mentre lo giravo, era un film senza azione e senza scavo nei personaggi, era molto concettuale e anche le scene di violenza erano girate senza verve. Quando, in scena, il mio personaggio deve essere frustato, non voglio essere davvero frustato, ma almeno sentire qualcosa si, un minimo di realismo è richiesto, ma tutto questo sembrava che non importasse nulla al regista! Per me era un film western decadente, un post-western, gli stessi set erano dei ruderi di altri set!

5) Nella tua filmografia, ricorrono personaggi border line, difficili ed estremi, frutto di una scelta ben concepita. La politica e l’essere comunista, poi, è sempre presente nei tanti film che hai interpretato...

Sono diventato attore spinto da una motivazione politica molto forte. Ero ossessionato dall’interpretare personaggi della lotta armata, io stesso avrei voluto essere nella lotta armata, ma per essere vicino o dentro a quel mondo lo devi applicare, non solo dire e immaginare. Sono anche stato iscritto a Roma all’Unione dei Comunisti Italiani Marxisti Leninisti fino allo scioglimento del gruppo, nel 1979. Lo stesso Gian Maria Volontè diceva di sentirsi vicino alla lotta armata, ma poi non la visse in prima persona... Tra i registi più impegnati politicamente, ricordo Salvatore Samperi, con cui ho girato Grazie, zia: era marxista dentro e fuori il set e con lui si parlava molto di politica. Marco Bellocchio, con cui non mi vedo da tanto tempo, invece, sul set non parlava mai di politica.

6) La tua militanza politica è stata punita: sei stato allontanato dall’Italia in quanto persona sgradita...

Si, è vero, e lo racconto anche in un documentario che mi è stato dedicato, A Pugni Chiusi, di Pierpaolo De Sanctis, per cui ho vinto il Nastro d’Argento per il miglior protagonista di documentari e che mi descrive perfettamente.

7) Tra i numerosi e favolosi registi con cui hai lavorato, figurano due tedeschi che rispondono ai nomi di Wim Wenders e Rainer Werner Fassbinder...

Quando girai L’amico americano con Wenders stavo passando un periodo difficile, avevo letto il Manifesto di Dziga Vertov contro la finzione e non volevo mai recitare un personaggio. A distanza di anni Robby Müller [il direttore della fotografia del film, ndr] mi disse che allora era come se avessi recitato “in due dimensioni”. La mia esperienza con Fassbinder, invece, nasce per caso, in quanto fui scelto per una sostituzione all’ultimo momento. Lui era un regista tecnicamente perfetto, molto sicuro di sé, tanto da entrare in scena affianco a me senza nessun problema, di fronte alla telecamera.

8) Ti rivedi mai nei film che giri e che hai girato? Ti sei mai sorpreso guardandoti su grande schermo?

Mentre sono sul set non vado mai a vedere il girato nel video di regia, preferisco vedermi poi sul grande schermo a film ultimato. Rivedendomi al cinema la prima volta ne I Pugni in tasca ricordo che rimasi scioccato...da me stesso, con quella sedia in mano e quella recitazione nevrotica.

9) Chi è oggi Lou Castel?

Vivo a Parigi da anni, ho fatto il pittore, quindi ho scritto per un certo periodo, ora vado spesso al cinema, con una persona speciale cinefila e appassionata di nome Fabienne. Ricevo, come tutti, i diritti dei film che ho girato...

Carlo Dutto
Roma, 23 novembre 2018
foto credito Marco Bonanni



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