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Final portrait

Pubblicato il 12 febbraio 2017 da Fabiana Sargentini

VOTO:

Final portrait

Alberto Giacometti (in Final portrait interpretato da Geoffrey Rush) è stato uno dei più grandi scultori del novecento. Nato nella svizzera italiana ha vissuto e lavorato a Parigi. La quinta pellicola di Stanley Tucci (per noi in Italia soprattutto attore caratterista, spesso in ruoli di cattivo: uno su tutti lo stupratore di Amabili resti, 2009, regia di Peter Jackson, dall’atroce e meraviglioso libro di Alice Sebold, per il quale fu nominato agli Oscar), regista di parecchie pellicole eterogenee (Big night, 1996, The impostors 1998, The Joe Gould’s secret, 2000, Blind date, 2007, Final portrait, 2017), prende spunto dal romanzo autobiografico Giacometti’s portrait di James Lord (qui interpretato da Armie Hammer). Ambientato nel 1964 (due anni prima della morte dell’artista) racconta dei giorni in cui lo scrittore e critico d’arte americano James Lord posa per Giacometti gratificato dalla proposta. La durata del ritratto lievita di giorno in giorno, l’americano continua a spostare la data di ritorno del suo aereo per New York e a litigare per telefono con un presunto fidanzato che non capisce i tempi dell’artista europeo. La faccia da bamboccione ingenuo, i gradevoli tratti classici (mai giunti a canoni di bellezza estetica tradizionale), le proporzioni di uomo alto e probabilmente sportivo, intrigano l’artista maledetto, genio e sregolatezza (stereotipato, ma fino a un certo punto), già sessantenne, al punto da lavorare sul suo ritratto per quasi un mese. Ma la sua insoddisfazione perenne, il suo sentirsi sempre non dotato a dipingere, scontento delle sue opere, che fa e disfà in continuazione, indifferente ai soldi (nel momento in cui le sue quotazioni sono altissime) che nasconde in anfratti polverosi del suo studio tugurio, pieno di sculture incomplete, non finite, vendute prima che lui le consideri ultimate, amante soprattutto di Caroline ( la bella e su di giri Clémence Poésy,), una bionda e giovane prostituta che ritrae e all quale non sa negare nulla nascondono una verità essenziale che può sfuggire ad occhio superficiale. Il giovane scrittore entra a far parte del carrozzone fumando con Diego, il fratello, anch’esso artista, che gli prepara le basi per le sculture, scherzando con Annette (la bruttina ma espressiva Sylvie Testud), la paziente moglie tradita (che tradisce a sua volta), assistendo al pagamento del magnaccia di Caroline, messo a tacere con mazzette per un anno, dopo una intimidazione con irruzione nello studio. I luoghi comuni sono presenti tutti, non ne manca nessuno: la stamberga, la sigaretta sempre in bocca, l’eccesso artistico che si riversa sul bere, sul cibo, sulle donne (è divertente la scena in cui a pranzo in brasserie Giacometti consuma, nel giro di un attimo, due uova sode, due fette di jambon, due di pane, due boccali di vino e per finire due caffè: e finalmente, poi, si dichiara soddisfatto). Oltre i banali e già visti cliché sulla Francia pulsante di geni che la sceglievano come culla creativa (con battute di dialogo tranchant su Picasso che copia tutti, ma bene, e Cézanne che confonde la moglie per una mela), la figura di Giacometti riassume perfettamente l’estro creativo, l’incapacità di essere felice, nonostante la bellezza espressa in forma, la nevroticità tipica dei grandi. E quella, pur potendo sembrare macchiettistica, eccedente, a tratti ridicola, invece, è la forza del film: l’interpretazione libera di Geoffrey Rush (non a caso diretto da un attore), personificazione caotica, ribelle e discontinua del genio.


CAST & CREDITS

(Final portrait); Regia: Stanley Tucci; sceneggiatura: Stanley Tucci; fotografia: Danny Cohen; montaggio: Camilla Toniolo; musica: Evan Lurie; interpreti: Geoffrey Rush, Armie Hammer, Clémence Poésy, Tony Shalhoub, James Faulkner, Sylvie Testud; produzione: Gail Egan, Nik Bower, Ilann Girard; origine: Gran Bretagna, Francia, 2017; durata: 90’


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