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God Exists, Her Name is Petrunya- Concorso

Pubblicato il 11 febbraio 2019 da Matteo Galli

VOTO:

God Exists, Her Name is Petrunya- Concorso

Dopo la scelta peregrina dell’anno scorso, quando con l’Orso d’Oro venne premiato un film molto disturbante di cui poi, di fatto, nessuno ha più parlato, ossia Touch Me Not, non è necessario essere Tiresia o Nostradamus per immaginare che la Berlinale tornerà a premiare un film che sia molto più nelle proprie corde: cinematografia minore, regista non celeberrim*, film d’impianto sostanzialmente realista ad alto gradiente d’impegno sociale. Il primo film, fra quelli presentati nei primi quattro giorni del festival, che più corrisponde a questo identikit è il film della regista macedone Teona Strugar Mitevska (1974), già più volte selezionata a Berlino, ma per la prima volta in concorso. C’è da scommettere che il film dal titolo a nostro avviso non felicissimo God Exists, Her Name ist Petrunya non se ne tornerà via da Berlino a mani vuote. La vicenda è basata su un episodio realmente accaduto, risalente a cinque anni fa. Nel corso di una cerimonia rituale della chiesa ortodossa (che si svolge il giorno dell’Epifania un po’ dappertutto, qui siamo nella cittadina di Štip) consistente nella gara a recuperare un piccolo crocifisso di legno gettato nell’acqua di un fiume dal pope in persona, alla quale, per tradizione, partecipano rigorosamente soltanto gli uomini scalmanati a petto nudo e in costume da bagno, una donna poco più che trentenne - qui è la Petrunya, in originale in realtà Petrunjia, di cui al titolo, decisamente sovrappeso e, immaginiamo, non allenatissima - in un atto impulsivo si getta a sua volta nell’acqua tutta vestita peraltro e, fra lo stupore e l’orrore dei presenti e degli altri competitori, vince la gara recuperando il crocifisso. Preceduta da un breve prologo in cui ci viene detto qualcosa di più su colei che da qui in avanti sarà l’assoluta protagonista, questa vicenda, a raccontarla quasi ridicola, mette in moto, l’intero plot suscitando tutta una serie di reazioni. Innanzitutto quella dei maschi, un’autentica orda inferocita, che le strappano di mano il crocifisso, cercando di negare l’evidenza, salvo dapprima essere costretti dal pope a restituire l’oggetto, dovendosi poi anche arrendere all’evidenza perché nell’èra dei cellulari e di You Tube, qualcuno ha filmato e postato la cronaca dell’accaduto che appare dunque difficile da contestare - e il filmato ha anche ricevuto parecchi likes. A seguire la giornalista Slavica (interpretata dalla sorella della regista) che sposa la causa di Petrunjia e, a dispetto dei suoi referenti tutti rigorosamente maschi e maschilisti che la boicottano (il direttore dell’emittente scarsamente interessato, al pari del cameraman con cui si intuisce che Slavica abbia una qualche relazione, il marito divorziato), intende pervicacemente fornire testimonianza dell’accaduto e dello scandalo suscitato, a dimostrazione dell’arretratezza medievale in cui secondo lei versa il paese. Quindi la Polizia che dapprima la va a cercare, dopo che Petrunjia è sparita di circolazione insieme al suo trofeo, poi la traduce in questura, con il commissario capo che inizia interrogandola in modo aggressivo, poi sembra volerla proteggere dalle orde dei maschi che fanno ressa all’entrata del commissariato, poi ancora minacciandola o comunque facendola minacciare da un suo collega dai modi assai più spicci; fra i poliziotti ve ne è però anche uno più giovane che invece si avvicinerà a Petrunjia lasciando intravedere possibili sviluppi. E infine va menzionato anche il pope, individuo totalmente privo di coraggio che resterà in commissariato per tutto il tempo in cui verrà trattenuta la protagonista, cercando con atteggiamento ambiguo e ipocrita di farla addivenire a più miti consigli, facendole riconsegnare il trofeo. La parte più bella del film è con certezza quella iniziale, sia dal punto di vista estetico con memorabili inquadrature in campo lungo, sia dal punto di vista della rappresentazione del nucleo psico-sociologico della protagonista: laureata in Storia, disoccupata, single, vive ancora in famiglia con la madre che la vessa perché non ha un lavoro, non ha un compagno, perché è troppo grassa. Nella parte seguente, quella nettamente più lunga, si apprezzano le sottigliezze e le sfumature dei dialoghi, ma l’impianto del film, svolgendosi tutta la vicenda all’interno del commissariato, diviene decisamente teatrale, anche se, pure qua, la macchina da presa, affidata all’ottima Virginie Saint Martin fa di tutto per movimentare e per dar vita a inquadrature sempre e comunque straniate e stranianti, dal basso, di taglio, di sbieco, con specchi e ostacoli vari, quanto di più lontano insomma dalle convenzioni drammaturgiche previste per gli interrogatori girati in un commissariato di polizia. La drammaturgia funziona anche nel mantenere un lodevole equilibrio fra il dramma e la satira, affidata quest’ultima prevalentemente alle sequenze incentrate sulla giornalista. La protagonista Zorica Nusheva, di fatto una semi-esordiente, si rivela molto brava. Il messaggio, se proprio si vuole, è un po’ troppo semplice e, tutto sommato, chiaro fin dall’inizio, ma la rappresentazione di Petrunjia, laureata in Storia (non con una tesi sull’eroe “nazionale” Alessandro il Macedone, ma sulla rivoluzione cinese, tentativo di coniugare comunismo e democrazia, come dice con estrema consapevolezza la protagonista), la rappresentazione di Petrunjia, eroina per caso, risulta nel corso di tutto il film molto credibile e anche divertente. Peraltro l’avvicinamento affettivo della protagonista al giovane poliziotto non fa che confermare la vox populi: il crocifisso porta fortuna.


CAST & CREDITS

(Gospod Postoi, imeto i’ e Petrunjia); Regia: Teona Strugar Mitevska; sceneggiatura: Elma Tataragic, Teona Strugar Mitevska; fotografia: Virginie Saint Martin; montaggio:Marie-Hélène Dozo; interpreti: Zorica Nusheva (Petrunija), Labina Mitevska (Slavica), Simeon Moni Damevski (l’ispettore capo), Suad Begovski  (il pope), Violeta Shapkovska (Vaska), Stefan Vujisic (il giovane poliziotto), Xhevdet Jasari  (il cameraman); produzione:Sisters and Brother Mitevski, Skopje; origine: Macedonia, Francia, Belgio, Croatia, Slovenia, 2019; durata: 100’.


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