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Torino 2016 - I figli della notte

Pubblicato il 29 novembre 2016 da Anton Giulio Onofri

VOTO:

Torino 2016 - I figli della notte

Unico film italiano in concorso al Festival di Torino, I Figli della Notte è il lungometraggio di esordio di Andrea De Sica, “figlio d’arte” del cinema italiano, nipote di uno dei nostri assoluti più riveriti Maestri, Vittorio de Sica. Suo padre era Manuel, compianto compositore di molte bellissime colonne sonore; sua madre è la produttrice Tilde Corsi. Questo apparato parentale lo avrà certamente facilitato lungo l’impervia strada percorsa da quanti in Italia tentano di fare cinema, e quando puoi contare su certi “aiutini” (sia detto senza polemica e con affettuosa bonomia) forte è il rischio che siano ad attenderti al varco gli invidiosi, e quella schiatta variegata e colorita iperattiva nei blog e su facebook che sono i cinefili duri e puri. I quali, va detto, dopo la proiezione di Torino si sono immediatamente scatenati online con avarizia di “stelline” e status avvelenati marchiati da una cattiveria gratuita e tranchant. Sul fronte della stampa ufficiale e dei Media in generale che hanno dato ampia copertura all’anteprima festivaliera del film, non si sono invece risparmiati gli elogi e gli entusiasmi. La verità, almeno questa volta, sta nel mezzo, pur pendendo leggermente verso un parere tutto sommato non proprio positivo.

Valutando i pregi del film, senza dubbio l’idea di partenza è splendida ed è già un miracolo che un giovane italiano esordiente scelga di esulare dai troppi soggetti metropolitani con trentenni in crisi di crescita preoccupati che la fidanzata li cornifichi, o, ultimamente, di non riuscire ad arrivare alla fine del mese “perché c’è la crisi”… Altrettanto magnifica e insolita la location principale, un albergone austroungarico tra l’Overlook Hotel e il sanatorio di Davos (quello di Youth), che ospita le annate scolastiche di giovani e ricchi rampolli della classe dirigente del Paese, perché vengano educati alla solitudine e ai rigori della disciplina. Poi c’è che De Sica jr sa girare e sa montare, e soprattutto pensa in grande, forse perché, sì, sa che può permettersi certe ambizioni, ma gli va dato atto che, magari ancora troppo suggestionato da Kubrick, Lynch, Dario Argento, un suo sguardo preciso ce l’ha e sa gestirlo.

Purtroppo, e qui iniziano le note dolenti, alla maturità raggiunta come orchestratore di immagini non corrisponde altrettanta qualità di narratore, e dopo un incipit promettente arrivano, non pochi, i problemi. Tra i due protagonisti maschili nasce immediato un legame sulla cui ambigua natura De Sica jr schiaccia fin da subito un pedale inopportuno, visto che la premessa rimane campata in aria né verrà mai chiarita. Gli allievi del collegio restano relegati sullo sfondo, senza mai riuscire a diventare una coralità sulla quale far emergere e navigare la coppia di protagonisti. Le ottime facce e gli ottimi corpi di attorgiovani selezionati per i ruoli di contorno degli amici più intimi non vengono sfruttati a dovere, e così sottoutilizzati finiscono per aggiungere poco o niente al senso, al succo e allo sviluppo del plot. Per fare un esempio, c’è una bella sequenza, forse la più riuscita del film, che è quella dell’allievo che canta “Vivere” a squarciagola mentre tiene sotto scacco con una pistola il personale docente e non docente dell’istituto: una bella scena, ben girata, ben montata, ma… questo allievo CHI È? Si è visto poco, in altri momenti del film, sempre in un angolo, in ombra, fuori fuoco, e non ha pronunciato che un paio di battute di servizio; si sa così poco di lui, che quel suo cammeo squillante, spettacolare, istrionico, risulta un inatteso fulmine a ciel sereno cui si arriva inadeguatamente preparati per ammirarlo come meriterebbe. E una sequenza così bella, così come è arrivata dal nulla, nel nulla svapora…

Ora, nessuno dovrebbe permettersi, tra il pubblico (che pure paga, e qualche diritto lo avrebbe) e i critici, di dire a un regista come dovrebbe fare il suo film. Ma con tante premesse e tante ambizioni sostenute da un’indubbia qualità di gesti e sguardi da aspirante mattatore della regia, si sarebbe preferita una storia più interessante, concentrata sulle relazioni interpersonali di questi golden boys antipatici, complessati, insicuri, che avrebbe potuto fornire un ipotetico saggio sociopolitico sull’attuale classe dirigente in erba, condito, come il Törless di Robert Musil, di tormentata inquietudine adolescenziale, senza il timore di risultare noiosi: il cinema americano è maestro nel far passare messaggi complessi attraverso prodotti con un assetto da superproduzioni macinaquattrini. Qui invece, per solleticare il guardonismo di certo pubblico che ormai trova gratuitamente su internet ogni possibile stimolo e sfogo alle proprie fantasie erotiche, si è preferito cavalcare la via certo più pop, ma più debole e forse, ahimè, datata almeno di dieci, se non quindici anni, di un pleonastico love affair del giovane protagonista con una lap dancer slava che si esibisce in un improbabile chalet a luci rosse sperduto nella foresta, frequentato da loschi e laidi personaggi della zona (chi va in vacanza d’estate o d’inverno da quelle parti sa bene che il confine di Stato è a due passi), clienti di un pretestuoso stuolo di mignotte. Il bello è che dentro lo chalet De Sica jr sceglie di farci trascorrere la maggior parte del film, sventuratamente trascurando il ben più intrigante collegio, zeppo di ormoni a 24 carati e di psicologie represse, soffocate, inesplose, un intreccio serrato di invidie e antipatie viscerali e cinegienicissime, in favore di un minutaggio troppo cospicuo rispetto alla contenuta durata del tutto (85 minuti) dedicato a cosce e culi scoperti, per quanto procaci.

Basterebbero i brevi ma fulminanti inserti delle partite di hockey su ghiaccio per dimostrare quanto De Sica jr, che sa girare e montare, avrebbe saputo gestire certe atmosfere stranianti che non gli è riuscito di ricreare altrove, nemmeno quando imitando il Kubrick di Shining avanza nei corridoi deserti del collegio. È da lì che dovrà ripartire la prossima volta, per confezionare un prodotto cinematografico che non si sperda dietro rivoli e rivoletti non necessari e poco originali, e porre maggiore concentrazione sulle motivazioni valide e plausibili che portano i personaggi di un film ad agire e a compiere gesti che lasciare inspiegati e ingiustificati può infastidire lo spettatore, o più semplicemente mandarlo a casa non sazio, con la bocca amara.

Un’occasione persa? Forse sì, o quantomeno un primo tentativo riuscito a metà, e spiace registrarlo, ma si spera che De Sica jr faccia tesoro dei pochi ma sonori fischi che hanno accolto la prima del suo film disturbando l’applauso festoso dei molti amici e parenti che stipavano la sala più grande e più bella del Cinema Reposi, e scelga di realizzare la sua opera seconda con più coraggio, più azzardo, più fantasia, a tutto vantaggio del (suo) Cinema.


CAST & CREDITS

(I figli della notte); Regia: Andrea De Sica; sceneggiatura: Andrea De Sica, Mariano Di Nardo, Gloria Malatesta; fotografia: Stefano Falivene; montaggio: Alberto Masi; musica: Andrea De Sica; interpreti: Vincenzo Crea, Ludovico Succio, Fabrizio Rongione, Yulia Sobol, Luigi Bignone, Pietro Monfreda; produzione: Vivo Film, Rai Cinema, Tarantula; origine: Italia, Belgio, 2016; durata: 85’


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