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Venezia 77 - I predatori

Pubblicato il 13 settembre 2020 da Francesca Pistocchi

VOTO:

Venezia 77 - I predatori

Non si può dire che Pietro Castellitto, reduce dalla sua prima esperienza dietro alla macchina da presa, non abbia iniziato col piede giusto: figlio d’arte (si vede) e giovanissimo filosofo (ancora una volta, si vede!), il neoregista racconta le Favolacce che si districano all’interno di una Roma periferica, artificiale e, tutto sommato, inedita. Le famiglie Pavone e Vismara incarnano, almeno in apparenza, stereotipi opposti e vagamente stantii: borghesi e inurbati i primi, proletari e ignoranti i secondi. Una serie di sfortunati eventi traccerà un ponte fra i due mondi, svelandone le contraddizioni. Com’è giusto che sia, il racconto viene sezionato negli istanti che lo compongono: la narrazione si frammenta in una serie di scenari scomposti, la pellicola viaggia avanti e indietro nel tempo, muovendosi sul filo del rasoio. Non ci sono grossi balzi cronologici, ma tanti piccoli varchi lasciati aperti nell’attesa di essere riempiti – e questo perché la prospettiva attraverso la quale si delineano i fatti non è mai esterna, ma sempre e soltanto individuale.

La logica di Castellitto è visionaria, incostante, piacevolmente farraginosa, ma possiede una coerenza interna destinata a rimanere celata per la maggior parte del film. In un mattino soleggiato, a Ostia, un uomo truffa un’anziana signora. Questa signora si rivelerà essere la madre di Claudio Vismara (Giorgio Montanini), gestore di un’armeria sospesa fra legalità e giustizia di frontiera. Preoccupatissimo, Claudio si recherà in ospedale da Pierpaolo Pavone (Massimo Popolizio), stimato medico chirurgo. Federico (Pietro Castellitto), figlio di Pierpaolo e dottorando in antropologia col pallino di Nietzsche, è una bomba pronta ad esplodere: dopo essere stato escluso dall’ambizioso progetto del suo tutor (riesumare la salma del suddetto filosofo tedesco!), egli contatta Claudio per procurarsi dell’esplosivo. E così via, in un crescendo sempre più vorticoso e circolare. I predatori di Castellitto ruotano sempre intorno agli stessi punti, e si scontrano in continuazione senza neanche accorgersene. Le prime scene non sono che il preludio di un’opera dissonante e sconclusionata, così come dissonanti e sconclusionate sono le vite dei nostri personaggi. La cinepresa sceglie cosa farci vedere e cosa farci sentire, spesso interrompendo l’azione proprio nel momento in cui essa sta per svolgersi: l’effetto è disturbante e fastidiosissimo, l’attesa frustrata con un cinismo e una consapevolezza stranamente maturi per un autore così giovane.

Ciononostante, al regista piace parlare chiaro fin da subito, e tutta l’ipocrisia pseudointellettuale dei Pavone viene gettata in pasto al pubblico senza nessuna pietà. La scena più gustosa in assoluto si svolge all’interno di un ristorante di lusso e ha come protagonista un Federico improvvisamente violento e dispotico: è come se tutta la rabbia fino ad ora repressa venisse liberata in un sol colpo e le generazioni, di conseguenza, finissero col rinnegarsi a vicenda. La soddisfazione provata nel momento in cui l’immondo teatrino familiare perde la propria aura patinata è agghiacciante e potenzialmente pericolosa. Forse questi nuovi borghesi non sono poi così diversi dai più rozzi Vismara, con i loro fucili a canne mozze e il loro ritratto di Mussolini appeso alla parete del soggiorno. La differenza sta nella facilità con cui chi vive ai piani alti non esita a condannare gli inquilini che soggiornano più basso – già solo per questo, il lavoro di Castellitto può tranquillamente definirsi coraggioso. Inoltre, l’autore possiede un’ironia feroce e bizzarra che salva la pellicola dai suoi stessi virtuosismi: la sensazione è quella che l’obbiettivo non si prenda mai troppo sul serio, la farsa procede con una leggerezza tanto grave da risultare quasi stravagante, evitando così di sfociare in odiose lezioni estetiche o in falsi imperativi dalle tinte moraleggianti. Commedia e tragedia sono due facce della stessa medaglia: la loro incessante ibridazione si spinge qui fino al paradosso, le situazioni dipinte dalla cinepresa ci lasciano interdetti. I personaggi ghignano in modo ridicolo e raccapricciante: è il loro modo di sopravvivere, nonché l’unica reazione possibile ad una realtà grottesca. Lo sguardo di cui si avvale il regista è talmente schietto e intelligente da imbonire chiunque – un po’ come fa il truffatore di Ostia, aprendo e chiudendo il sipario su questo strano giro di vite.


CAST & CREDITS

(I predatori); Regia: Pietro Castellitto; sceneggiatura: Pietro Castellitto; fotografia: Carlo Rinaldi; montaggio: Gianluca Scarpa; interpreti: Massimo Popolizio, Manuela Mandracchia, Pietro Castellitto, Giorgio Montanini, Dario Cassini, Anita Caprioli, Marzia Ubaldi, Giulia Petrini, Liliana Fiorelli, Claudio Camilli, Orsetta De Rossi, Rosalina Neri, Renato Marchetti, Maria Castellitto, Nando Paone, Antonio Gerardi, Vinicio Marchioni; produzione: Fandango (Domenico Procacci, Laura Paolucci), Rai Cinema; origine: Italia 2019; durata: 109’.


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