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I, Tonya

Pubblicato il 31 ottobre 2017 da Anton Giulio Onofri

VOTO:

I, Tonya

Del cinema americano, Michelangelo Antonioni era solito affermare che anche il più scadente film made in USA riesce comunque a raccontare l’America. È, questa, forse la cosa più bella che si possa dire sulla cinematografia statunitense. Anche i suoi detrattori – è incredibile, ma ce ne sono tanti – non possono non riconoscere al cinema americano questo merito costante, che si affaccia in ogni genere e sottogenere: anzi, più che nelle commedie sentimentali o nei film drammatici destinati a fare incetta di Oscar, è forse proprio negli horror, nei thriller, nei noir, diretti anche da un esordiente di scarso talento, che dell’America arriviamo a conoscere l’anima autentica. Bello, quindi, ritrovarsi, forse non del tutto a sorpresa visto il buon curriculum del regista in oggetto, di fronte a un film decisamente folgorante come I, Tonya, firmato dall’australiano (ma trasferitosi a New York dall’età di 19 anni) Craig Gillespie, 50 anni compiuti lo scorso settembre, che nel 2007 aveva realizzato l’eccentrico e grazioso Lars e una ragazza tutta sua, il film che rivelò al mondo il talento di Ryan Gosling.

I, Tonya è una storia vera: quella di Tonya Harding, pattinatrice su ghiaccio dell’Oregon che negli anni ’90 buttò all’aria una carriera sportiva controversa ma di solido spessore (fu la prima atleta americana ad eseguire il difficilissimo ‘triplo axel’) per aver troncato, in combutta con il marito, la carriera della promettente Nancy Kerrigan pagando uno sconosciuto perché le rompesse un ginocchio con una bastonata. Una vita divisa tra un privato fatto di piccole e grandi tragedie familiari (il padre abbandonò la famiglia quando lei era ancora una ragazzina, una madre opprimente, un matrimonio burrascoso) e un pubblico vissuto negli spietati ambienti del pattinaggio, dove pur ammirandone la potenza di straordinaria saltatrice, non le veniva perdonata l’assenza di grazia ed eleganza femminile. Materia succulenta per il racconto cinematografico di un regista che ha mosso i primi passi nella pubblicità, e ha fatto propria la grande tradizione narrativa che in America parte da Elia Kazan e William Wyler, e arriva addirittura a Martin Scorsese, del quale Gillespie riesce a mutuare in grande stile la rutilanza pirotecnica di un racconto che si accende come una miccia e come una bomba sembra dover scoppiare da un momento all’altro. Il cinema come gioco, anzi, in questo caso, come sport di volo in velocità, che schizza via sul ghiaccio e tutto trascina con sé nel turbine di immagini vivide, colorate, di grana grossa, come la volgarità della televisione degli anni 90. I, Tonya parte proprio da una serie di interviste in 4:3 per introdurre un corteo di personaggi-mostro che funziona da programmatica dichiarazione d’intenti: tutti gli attori che interpreteranno i personaggi reali della storia cui stiamo per assistere, invecchiati dal trucco, ci sbattono in faccia un grottesco teatro della crudeltà, attraversato dalla lava incandescente della furiosa e animalesca ambizione sportiva di Tonya. A vestire i corpetti sgargianti e infestati di paillettes della pattinatrice è una Margot Robbie di sconvolgente e carnale bravura: le stupefacenti sequenze di pattinaggio realizzano, nella loro apparente semplicità lineare, il sogno di un cinema volatile e vertiginoso come una trottola. Ma è pure un cinema di dettagli, di schiaffi, di schianti, che si concede spesso l’estasi del rallentatore, e che usa il montaggio come scansione dei tempi e dei ritmi degli spietati ingranaggi che macinano e risputano via la vita degli americani, i loro sogni, le loro ambizioni. Tra gli attori, tutti azzeccati con una esattezza che sa di miracolo, è obbligatoria una menzione speciale per la gigantesca Allison Janney nel ruolo della madre-padrona, caustico contraltare alle disavventure sportive e sentimentali della figlia, a buon diritto già inserita nella nutrita galleria dei personaggi culto del cinema americano, e che, si spera, l’Academy vorrà gratificare se non con un Oscar, almeno con una sacrosanta nomination come attrice non protagonista. Evviva, insomma, un cinema che si autorigenera ininterrottamente con vitalità impressionante ma sa restare al servizio di una storia che, come succede con la vita, può cambiar corso da un momento all’altro, e insieme a lei variare non solo toni e umori, ma anche tecnica narrativa, come verso il finale, quando la Harding tenta di riciclarsi nella boxe femminile: l’idiosincratica isteria con cui Gillespie filma la violenza degli incontri sul ring impone al film una virata in accelerazione come l’Allegro con fuoco finale di una Sinfonia: in quel dettaglio del fiotto di sangue sulla pedana del ring, in montaggio alternato alle lame dei pattini che segano il ghiaccio, è riassunta, in un’unica immagine, tutta l’America.


CAST & CREDITS

(I, Tonya); Regia: Craig Gillespie; sceneggiatura: Steven Rogers; fotografia: Nicolas Karakatsanis; montaggio: John Axelrad, Lee Haugen; musica: Tatiana S. Riegel; interpreti: Margot Robbie, Sebastian Stan, Julianne Nicholson, Allison Janney; produzione: LuckyChap Entertainment, Clubhouse Pictures; origine: Usa, 2017; durata: 119’


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