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Paesaggio, soldi e famiglia ne "La nostra vita" di Daniele Luchetti.

Pubblicato il 22 marzo 2010 da Edoardo Zaccagnini


Paesaggio, soldi e famiglia ne "La nostra vita" di Daniele Luchetti.

Lo spazio scenico è la cosa più interessante dell’ultimo Luchetti: la città che si allarga, sempre cara al cinema italiano. Uno spazio suggestivo, che più passa il tempo più stagiona; ed è così emozionante andare a rivedere, molto tempo dopo (potenza e unicità del cinema), com’era l’alba di un paesaggio senza alberi, che poi, con gli anni, è diventato storia della città. Quello de La nostra vita è un panorama senza cupole, senza guglie e senza storia, sospeso tra luogo e non luogo. Un confine di città alienante e affascinante. Cemento improvviso, strade dissestate di polvere o fango, di cantieri come funghi attraversati da Suv neri e da camioncini imbrattati di terra e mezzo arrugginiti. Pantani calpestati da qualche giacca elegante di pelle e da tanti calzoni macchiati di calce. Poi transenne e gru, colori della pelle diversi e tanti accenti stranieri sotto un italiano arrangiato. L’Italia del protagonista Claudio (finalmente un misurato e ormai maturo Elio Germano, premiato miglior attore all’ultimo Festival di Cannes) è quella che il centro città lo vede poco, che orbita in moto perpetuo ai margini della metropoli, nelle arterie secche di quartieri che si somigliano tutti come prodotti industriali, più o meno uguali, degli stessi colori e degli stessi materiali. Con un’anima che ci mette decenni a formarsi, dopo che gli speculatori se ne sono andati da un pezzo, e la natura, per fortuna immortale, è riuscita ad avere la meglio. E’ la fotografia migliore della nuova società, perché è agli estremi dell’urbe che meglio si colgono i cambiamenti dell’organizzazione sociale e lo stato di una cultura. In questo senso il film è riuscito, perché Claudio incarna efficacemente un italiano popolare e medio al tempo stesso: proletario e piccolo borghese insieme, in quella sempre più esponenziale omologazione verso il basso, incosciente e spedita, che caratterizza categorie diverse della società. Non che siamo esattamente tutti la stessa cosa, ma ci somigliamo tutti sempre di più, quando ci incontriamo nei centri commerciali e ci imbottiamo di tecnologia d’avanguardia. Quando facciamo i conti coi soldi che non abbiamo, e non ci rendiamo nemmeno conto che viviamo nella totale assenza di speranze e prospettive. Claudio simboleggia l’Italia dello schermo piatto che manda milioni di informazioni che non ci fanno felici. L’Italia della play e della pay (tv), dell’Ipod e dell’Iphone, che vive soprattutto consumando, che si addanna l’anima per continuare a farlo, che non crede possa esistere nessuna alternativa, che addirittura si appoggia agli oggetti per resistere alla perdita di un grande affetto. L’ex Italietta di oggi, più frustrata e più rabbiosa di prima, più consapevole e più fregata, che suda in silenzio un anno intero per una breve vacanza, forse, non è più sicuro come una volta. Claudio si è sposato giovane e la mattina va al cantiere. Parla con tutti, bianchi e neri, africani e romeni, anche se gli africani i tetti non li sanno fare, perché al Paese loro fabbricano capanne. Se c’è da urlare urla, se c’è da ridere ride, e sul lavoro sa il fatto suo. Poi torna a casa e lo attaccano due ragazzini sani e vivaci. Due bimbi belli della periferia, tosti e allegri. Più in là, magari in cucina, c’è una ragazza come lui, di periferia, direbbe la Tatangelo. E’ tutto meno che scema, anzi, è disincantata e saggia, attenta al quotidiano e con piccolissimi sogni nel cassetto più vicino, quello più a portata di mano, l’unico che si può aprire. Lei ha il pancione grosso di otto mesi, lui la felpa della Roma e le scarpe di moda e gomma. Sono tutto sommato felici, addomesticati e prigionieri del loro umile benessere. Stretti dentro al letto di Ikea, teneri come gattini. Poi la moglie muore e la famiglia tanto scandagliata dal cinema italiano salta in aria insieme ad ogni forma di felicità. Claudio sbrocca, come dicono a Roma, crollati gli affetti non rimangono che i soldi. Claudio si convince che con più soldi in tasca andrà meglio, che quei tre regazzini innocenti possano sentirsi meno esposti e meno orfani con un facile sì a tutte le loro richieste. Balle, probabilmente, ma soprattutto dramma verticale, perché le cose gli vanno male e la violenza del contesto esterno, sempre causata dai soldi, aggredisce Claudio un colpo dopo l’altro. Il film gira  che è un piacere, spedito e liscio, nel traballare della macchina da presa, nel suo inseguire l’ansia, la paura e la corsa del povero vedovo ragazzo. E intorno a lui è vivo e dinamico il mondo che vive ai margini della metropoli, italiani credibili, avvicinati sempre di più da pensieri e parole provenienti da lontano. Poi succede qualcosa: gli sceneggiatori Rulli e Petraglia si guardano in faccia e non se la sentono di andare fino in fondo. Forse prenderebbero un premio a Cannes, ma tutto sommato chissenefrega, meglio incanalare il film verso l’alleggerimento, del resto mica sono i Dardenne. Ed allora ecco la luce e un soffio d’aria fresca sopra la sofferenza. Ecco il quasi happy end e il baratro schivato di un soffio. Basta la lezione, forse, al povero Claudio: che i soldi potrebbero pure aiutare, ma contano anche altre cose, e soprattutto, i soldi vanno dove stanno i soldi, e gli schiavi del piccolo benessere si devono accontentare e fare i buoni, anche quando la moglie ti muore, e la tua vita va a picco nell’indifferenza generale. Di tutti, tranne che dei parenti, serpenti da un certo punto di vista, ma dall’altro gli unici a provare qualcosa per te, a mettersi in gioco per la tua salvezza e la tua felicità. Luchetti è l’anti Ozpeteck, che storcerà il naso, o forse no, perché anche lui crede nella famiglia e negli affetti, solo che non crede nei legami di sangue. 


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