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Intervista Mateo Zoni

Pubblicato il 6 aprile 2012 da Edoardo Zaccagnini


Intervista Mateo Zoni

Al Festival del cinema di Torino del 2011, dove il film è passato in concorso, Gianni Amelio l’ha definito “un fiore colto ai limiti del campo”. Giuseppe Bertolucci se ne è innamorato, come molti di coloro che lo hanno visto. E’ un piccolo lavoro italiano, girato dall’esordiente Mateo Zoni, giovane autore parmigiano. Si intitola Ulidi piccola mia ed è un’opera di confine tra finzione e documentario, come altro buon cinema italiano recente, nascosto, indipendente, giovane e innovativo. E’ la storia di Paola, una giovane vita di dolore e voglia di superarlo. Qualcuno l’ha definito “un documentario ricostruito”. Abbiamo chiesto al regista se questa definizione gli piaccia, se per il suo film ne conosca una migliore, se una definizione, in fondo, gli interessi veramente oppure no.

Non sono molto disposto a dare definizioni. Mi piace che questo film rimanga una cosa a sè. E’ un lavoro fatto molto in ascolto, con l’accettazione di una realtà nella quale mi sono inserito senza troppo programmare, fermo restando che la presenza di una telecamera comporta necessariamente una percentuale di finzione. Ho cercato di abbandonarmi completamente alla situazione, proponendomi di arrivare al nocciolo della questione. Questo è stato il mio tentativo, qualcosa di piuttosto inusuale in Italia, operato solo da pochi documentaristi. Per me è la strada giusta per allontanarsi da un certo tipo di finzione esasperata, tipica della fiction di oggi, che è il massimo dell’irrealtà e della falsità. Sono partito da De Seta e da Rossellini, dal loro cinema, senza voler essere presuntuoso. 

Hai realizzato un’opera di confine non solo tra finzione e documentario, ma anche tra adolescenza ed età adulta. Sembri interessato a raccontare un passaggio d’età. Lo dico pensando anche a un tuo primo cortometraggio: Quando arrivano le vacanze, del 2007, che parlava di una ragazzina in difficoltà davanti a un cambiamento inevitabile, di fronte all’abbandono di una vita in un certo senso più rassicurante. Da dove nasce l’attenzione a questo tema?

La crisi adolescenziale è un tema che mi interessa molto, ovviamente se affrontata in un certo modo, nel senso più profondo del concetto. In entrambi i miei film c’è una crisi di partenza, una difficoltà ad entrare nella vita, ad uscire da un limbo dove tutto è protetto. Non so da cosa mi derivi questo desiderio, forse dalla città in cui sono nato, Parma, un luogo di provincia estremo, per certi versi, nel quale tutto è molto ovattato, dove tutto è estremamente illusorio, dove non si ha molto la percezione del mondo esterno.

Una sorta di eterno “prima della rivoluzione”...

Esattamente. E quindi, forse, il desiderio di andare dopo la rivoluzione, nella realtà delle cose, per scoprire ciò che non si era mai immaginato. Ecco la derivazione del tema dell’adolescenza, l’attenzione a quel momento in cui uno inizia a farsi domande, ad osservare..

Da dove sei partito inizialmente per il film?

Da un discorso teorico. Mi sono chiesto cosa rimanesse dell’uomo dopo la fine delle ideologie, dopo tutti i cambiamenti storico/politico/culturali che ci sono stati da certo punto in poi, soprattutto nei giovani. Che cosa resta dell’interpretazione della vita dopo la caduta di tanti paletti? Avrei voluto parlare di ragazzi un pò smarriti, senza punti di riferimento, senza molte risposte, cercando di costruire una relazione con loro stabilendo delle linee generali, senza la presunzione di voler imporre troppo.

Poi hai conosciuto Paola, la protagonista del film. Lo hai fatto dopo averla vista e sentita cantare (la stessa canzone che ascoltiamo all’inizio del film) in uno spettacolo teatrale di Letizia Quintavalle. Però hai detto che per Ulidi piccola mia è stato fondamentale anche un libro di Maria Zilli che parte dalla legge Basaglia e arriva fino ai giorni nostri. Cosa ti ha colpito in particolare di questo libro?

La lettura di quel libro è stata importantissima. La psichiatra che l’ha scritto è molto legata al periodo di Basaglia e ad un certo modo di trattare le patologie mentali, fatto di umanità prima che di farmaci. La cosa bella del libro era che partiva dalla liberazione dei manicomi e arrivava a cinque storie recenti scritte in modo molto autentico. Erano dei ritratti molto realistici che concretizzavano bene il mio discorso teorico sull’interpretazione della vita, dell’adolescenza. Partendo dal libro, abbiamo fatto un lungo lavoro di preparazione con Maria e con altri ragazzi. All’inizio c’era l’idea di lavorare con un gruppo di giovani, legando più episodi e più storie tra loro. Ma poi ci siamo accorti che Paola veniva fuori più di tutti gli altri, ed era più rispettoso per lei non inserirla nei vari casi clinici. Ho preferito far venire fuori il più possibile la sua complessità e la sua bellezza. Da qui un “Matti da slegare” tanti anni dopo, con un taglio diverso ma con delle cose che rimanevano di quel tipo di operazione.

Come hai lavorato con Paola?

Lavorare con lei è stato molto semplice. Molto più difficile è stata la fase precedente, quella con tutti i servizi sociali. Quando ho conosciuto Paola ho capito che per il film che volevo fare c’era tutto. Sapevo che con una storia profonda e complicata come la sua avrei potuto procedere nel modo giusto. Abbiamo seguito i suoi stati d’animo, il suo naturale avvicinarsi e ritrarsi. Lei ci ha suggerito molte cose, ha rivissuto davanti alla camera emozioni e situazioni che le erano capitate poco prima, senza che l’occhio artificiale potesse filmarla. Cose ancora fresche che abbiamo poi registrato in immagini.

A proposito di camera, nel tuo film è leggera, non si sente...

Credo che questo sia uno dei maggiori pregi di Ulidi. E’ come se noi vivessimo con le persone che sono lì. Poi si possono avere mille giudizi sul film, ma credo sia impossibile negare la sensazione di essere dentro la vicenda, insieme coi protagonisti. Sia Paola che le altre ragazze, così come tutte le persone che stavano con loro, credo che abbiano recitato, molto tra virgolette, davvero bene. Credo sia stata fondamentale anche la scelta delle persone con cui ho lavorato, dall’operatore di macchina agli assistenti, tutti professionisti, ma tutti scelti, oltre che per le abilità tecniche, anche per quelle umane. C’è stata molta voglia di costruire il film insieme.

Hai definito Ulidi piccola mia un film sulla delicatezza, spiegando che la delicatezza è il sentimento più rivoluzionario che ci sia..

E’ un po’ l’opposto di quanto si vede in tanto cinema che va di moda adesso. Ti faccio l’esempio di Shame. Si tende a far passare per trasgressivo ciò che ormai trasgressivo non è più. Il mio, al contrario, è un film che cerca i sentimenti. Non quelli melensi, non il sentimentalismo, ma stati d’animo ed emozioni ben contornate di realtà. E molte persone si trovano spiazzate di fronte a sentimenti come questi, come quelli di Ulidi, perché hanno un palato ormai assuefatto o a un sentimentalismo omologato o a un certo tipo di pornografia. Capisco anche che la delicatezza del mio film, la sua poesia, anche ingenua, se vogliamo, possano non essere capite. Credo che non sia facile per tutti entrare in questo discorso.

La poesia di cui parli si palesa in maniera molto bella nella sequenza delle marionette...

Quella l’ho pensata all’inizio del film. E’ una delle scene più precisamente programmate. Avevo trovato questo luogo che per me era molto bello, con delle macchine degli anni ’40, con un’atmosfera misteriosa che si conciliava molto bene col resto del mio lavoro.

Che lavoro di preparazione hai fatto prima di iniziare a girare?

C’è stato un lungo lavoro di preparazione coi servizi sociali. Con Paola ho iniziato a girare il giorno dopo che l’ho conosciuta. Volevo guadagnare in freschezza, se avessi stabilito con lei una confidenza troppo stretta, non ci sarebbe stata l’immediatezza che cercavo. Abbiamo lavorato per circa quaranta giorni, in maniera più o meno continuativa, con la macchina da presa che ha creato quella sorta di necessaria giusta distanza. E’ sempre una faccenda molto delicata, perché come dice Gianni Amelio, la macchina da presa è un fucile, un’arma che tu puoi usare contro una persona, con la quale si può trasformare la realtà, e per ciò la sua presenza va sempre dichiarata. In questo caso la camera mi è servita da filtro per riempire il film di realtà.

Prima accennavi a Rossellini e De seta. E’ stato fatto un paragone tra il tuo film e Anna di Alberto Grifi..

Grifi è sicuramente un modello per me: per la sua capacità di lasciarsi un po’ trasportare dalla realtà, senza andare troppo preparato, senza la volontà di costruire le cose in un modo troppo precostituito. Si tratta di un approccio molto coraggioso, visto che non sai mai dove vai a finire, e c’è anche il rischio di perdersi. Anch’io mi sono lasciato coscientemente trasportare dalla situazione, e questo è un modo di fare cinema oggi poco frequentato. Sono partito anche da una citazione di Camus, molto bella, che dice: “Solo chi si abbandona alla realtà raggiunge la verità”. Chi lascia un po’ da parte se stesso. E’ come se bisognasse un po’ buttarsi via, mettere da parte se stessi per raggiungere la realtà, avere con questa un contatto.

Il tuo film è stato presentato in concorso a Torino, quando lo vedremo in sala?

Il film verrà distribuito dal Luce, credo in maniera molto mirata. Stiamo verificando anche la possibilità di abbinare il film al mio primo cortometraggio. Staremo a vedere, è presto per dirlo...


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