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Venezia 77 - Lacci

Pubblicato il 3 settembre 2020 da Francesca Pistocchi

VOTO:

Venezia 77 - Lacci

Dopo la ghost story tutta veneziana di Segre, il sipario del festival si schiude su Lacci, una pellicola sofferta con cui Daniele Luchetti e Domenico Starnone (autore dell’omonimo romanzo, uscito nel 2014) raccontano la decadenza di una famiglia.

A spiccare non è tanto l’originalità della trama, quanto la parabola discendente che fin dalla prima inquadratura distrugge le vite dei protagonisti con una delicatezza a tratti perfino sadica. Napoli, 1980: Aldo (Luigi Lo Cascio) e Vanda (Alba Rohrwacher) sono sposati, ma lui si scopre innamorato di un’altra donna. Questa consapevolezza mina un rapporto già in gran parte a pezzi. Il lento, ma inesorabile sguardo che i due coniugi si scambiano all’inizio del film traduce visivamente l’intima natura del loro matrimonio: entrambi appaiono distanti, entrambi colpevoli, entrambi avvinti da un legame ormai vuoto e superficiale. Da quel momento in avanti, non c’è da aspettarsi nessun tipo di progressione narrativa, né tantomeno di crescita interiore: l’intera vicenda si frammenta in una serie di istantanee che ritroveranno la propria coerenza soltanto una volta giunte al loro doloroso e prevedibile epilogo. Il regista si muove sul sottile "fil rouge" che impietosamente cinge le esistenze dei due, trascinando in questa sorta di tagliola emotiva anche quelle dei loro figli Anna e Sandro.
Così passano gli anni, trascendendo il consueto ordine spaziotemporale su cui la cosiddetta normalità scandisce il proprio ritmo: vediamo Vanda aggredire l’ex marito a passeggio con la giovane amante Lidia (Linda Caridi), vediamo i ragazzini crescere e tentare faticosamente d’emanciparsi, vediamo Aldo lasciarsi scivolare sulla cresta della propria quotidianità silenziosa.

Vediamo i due protagonisti invecchiare, li vediamo litigare furiosamente nell’immota routine del divorzio, li osserviamo mentre si respingono ostinatamente per poi rincorrersi senza nessun particolare desiderio di ritrovarsi davvero. Vediamo Lidia entrare e uscire dall’inquadratura come se fosse un fantasma, vediamo i bambini ormai adulti allacciarsi le scarpe nel vano tentativo di comunicare col padre assente.
Nessuno dei personaggi sembra agire per propria scelta, ma ognuno s’abbandona ad una nauseata afflizione, preferendo gettare le inevitabili frustrazioni dell’età adulta sul prossimo. E così pare comportarsi anche Luchetti: dal grande schermo si sprigiona un tale carico d’odio e d’insofferenza da causare, nello spettatore, uno stato di malessere e di agitazione quasi insostenibile.
Questo tipo di tensione viscerale è solitamente bene accetta (come nel caso di Marriage Story), ma qui ci troviamo di fronte alla classica eccezione che conferma la regola. Si ha infatti la sgradevole impressione che alla pellicola non interessi affatto comunicare con noi, ma si diverta a giocare con il nostro livello di sopportazione psicologica di fronte ad un continuo farsi del male a vicenda ormai trasformatosi in un mero svago.
L’accidia pare dunque essere la chiave di volta per decodificare una complessa intelaiatura di rapporti fuori tempo massimo.

Nel mettere in scena l’eterna inaffidabilità umana e la consapevole disonestà con cui tutti tradiscono tutti, Luchetti si mostra decisamente crudele: i "lacci" che egli dipana in sala sono spettri, ombre, orme di un passato – e di un futuro – costruito sulla base di uno spauracchio per fanciulli irrequieti. Se nella storia narrata nessun evento appare casuale (nemmeno il lavoro di Aldo, basato sul raccontare favole alla radio), si ha invece la spiacevole certezza che l’intercapedine della storia poggi le fondamenta sul nulla assoluto. Perché Aldo e Vanda si separano? Perché tornano insieme solo dopo essersi annientati a vicenda? Perché Vanda, madre apparentemente devota, denigra il padre davanti ai figli? Perché Aldo, nonostante il sincero affetto nutrito nei confronti della famiglia, conduce una doppia vita? E perché Lidia, invece di innervosirsi davanti all’ennesimo voltafaccia del suo compagno, decide invece d’ergersi a paladina della correttezza e lo lascia andare proprio quando la situazione sembrava aver raggiunto una parvenza di stabilità? Insomma, l’unico motore immobile attorno al quale i personaggi vorticano come pazzi è l’inerzia – arma tragica e rovinosa di cui i personaggi si servono senza alcuno indugio, spezzando spietatamente le vite degli altri e le proprie.

Se la volontà del regista è quella di generare nel pubblico un nervosismo da cui sia difficile riprendersi, possiamo definire l’opera come perfettamente riuscita. Peccato che quest’inquietudine e questa rabbia, generate dalla pigrizia dei protagonisti e – probabilmente – dalla troppa empatia provata nei loro confronti, non portino a nulla. Il vicolo cieco su cui esordisce la prima inquadratura rimane tale, il (fin troppo scontato) colpo di scena finale non rappresenta nessuna catarsi di nessuna tragedia, quanto l’ennesima ragnatela in cui lo spettatore rimane inesorabilmente invischiato. L’atto quasi espiatorio dei due fratelli, ormai cresciuti e tuttavia mai entrati nel mondo adulto, non libera affatto l’energia negativa accumulatasi lungo la vicenda, ma la trattiene in modo pressoché perverso.
I "lacci" di Luchetti distorcono il destino, unendo ciò che invece dovrebbe separarsi, accatastando i brandelli di una vita già lacerata. Ma questi fili invisibili e spietati hanno ancora qualcosa in comune con il più tradizionale fato, e cioè la propria consacrazione ad un imperativo, ad un assioma indistruttibile, ad una parola d’ordine. E, nel caso di Aldo e Vanda, questa parola corrisponde alla sua stessa assenza.


CAST & CREDITS

(Lacci); Regia: Daniele Luchetti sceneggiatura: Domenico Starnone, Francesco Piccolo, Daniele Luchetti; fotografia: Ivan Casalgrandi; montaggio: Daniele Luchetti, Ael Dallier Vega; interpreti: Alba Rohrwacher (Vanda), Luigi Lo Cascio (Aldo), Laura Morante (Vanda anziana), Silvio Orlando (Aldo anziano), Giovanna Mezzogiorno (Anna adulta), Adriano Giannini (Sandro adulto), Linda Caridi (Lidia); produzione: IBC Movie (Beppe Caschetto), Rai Cinema, Misia Films (Valentina Merli); origine: Italia 2019; durata: 100’


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