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Las Herederas

Pubblicato il 16 febbraio 2018 da Matteo Galli

VOTO:

Las Herederas

È la prima volta che in uno dei grandi festival internazionali viene ospitato un film di un regista paraguayano, seppur ampiamente supportato da coproduzioni di altri paesi, nella Berlinale del 2018 è il film più internazionale: ben 6 paesi. Lo ha girato il quarantacinquenne Marcelo Martinessi e si intitola Las herederas ossia Le ereditiere, un titolo ricco di implicazioni. In primo luogo è da riferirsi al fatto che le due protagoniste, due donne decisamente sovrappeso sulla sessantina che formano ormai da tempo una coppia, hanno ereditato la casa alto borghese un po’ délabré ma ricca di arredi e stoviglie di pregio, di cui tuttavia devono disfarsi per non meglio precisati problemi economici, problemi che addirittura obbligano una delle due, Chiquita, a un breve soggiorno nelle patrie galere. Un Leitmotiv del film sono infatti le costanti visite di chi è interessato ora a un tavolo, ora al pianoforte, ora ai bicchieri di cristallo di rocca, ora alle posate. L’ereditiera è prevalentemente l’altra, in realtà, ossia Chela, all’inizio del film la più debole, la più fragile delle due, catatonica e depressa, mentre l’altra, nella distribuzione dei ruoli, è certamente la più attiva, la più energica. Il soggiorno in carcere di Chiquita produce di fatto una ridefinizione dell’identità di Chela, che riprende vigore proprio in grazia della propria “riconquistata” solitudine, a dimostrazione che spesso i rapporti di coppia funzionano così, eterosessuali o omosessuali che siano. Portando all’estremo la contrapposizione: Chiquita va in carcere e Chela ne esce. Nulla di trascendentale, in realtà: comincia a mettere il naso fuori di casa, a fare piccoli servizi con la macchina riconvertita in “taxi” a una maldicente vicina, anziana e benestante, che praticamente ogni giorno va a farsi la partitina di carte con le amiche. Da lì il suo raggio di azione, la sua apertura nei confronti del mondo si allarga, fino all’incontro con la figlia di una delle giocatrici, l’inquieta quarantenne Angy che ri-attiva un cortocircuito emotivo in una donna appesantita dagli anni e dalla tristezza, tanto che il ritorno a casa di Chiquita, dopo che ha scontato la breve pena, ha definitivamente rotto gli equilibri. Questa, più o meno, l’esile trama. Il film si apprezza per almeno quattro ragioni: innanzitutto perché ambisce – e riesce – a divenire un’allegoria della condizione del paese, della sua ancor traballante democrazia e delle sue precarie condizioni economiche, è questa l’ulteriore accezione del titolo, le due donne sono eredi di un passato che non passa e di un nuovo che fa fatica a farsi largo; in secondo luogo il film – dove letteralmente non si vede un essere di sesso maschile - tocca con estremo garbo il tema dell’omosessualità che in Paraguay è di fatto tabu; in terzo luogo il film affronta il tema dei conflitti etnici, sociali ed economici: basti pensare alla domestica che dà una mano a Chela quando Chiquita va in carcere, che è ancora analfabeta ma anche appunto alla progressiva proletarizzazione o decadenza della coppia protagonista, delle signore che giocano a carte; in quarto e più importante luogo – visto che di un film stiamo parlando – Las Herederas ha uno stile molto rigoroso e originale: quasi sempre primi piani e un uso marcatamente espressivo del fuoco, praticamente nulla, a parte i volti spietatamente segnati, è a fuoco, nulla percepisce la macchina da presa e nulla o molto poco sembrano percepire anche i personaggi, fin dalla prima inquadratura, ripresa dalla cornice di una porta, nella penombra, che non si capisce ancora se sia una scelta di formato o – come invece sarà - la consapevole riduzione del punto di vista. Questa scelta stilistica sottolinea, ancor più di quanto non emerga sul piano fattuale, l’isolamento dei personaggi. Solo poco prima del finale, la cinepresa allarga la vista e riprende Chela in campo medio, davanti a un chiosco di spuntini mentre mangia un hot dog, un contesto degradato, per carità, ma pur sempre un contesto.


CAST & CREDITS

(Las Herederas). Regia: Marcelo Martinessi; sceneggiatura: Marcelo Martinessi fotografia: Luis Armando Arteaga; montaggio: Fernando Epstein interpreti: Ana Brun (Chela), Margarita Irún (Chiquita), Ana Ivanova (Angy) produzione: La Babosa Cine, Asunçion, Mutante Cine, Montevideo, Pandora Filmproduktion, Colonia, Esquina Filmes, San Paolo, Norsk Filmproduksion, Oslo, La Fábrica Nocturna Paris; origine: Paraguay-Uruguay- Germania-Brasile-Norvegia-Francia 2018; durata: 95’.


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