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Lazzaro felice

Pubblicato il 16 maggio 2018 da Anton Giulio Onofri

VOTO:

Lazzaro felice

Ermanno Olmi. Dino Buzzati. Giacomo Leopardi. Giovanni Pascoli e Giosuè Carducci. Giovanni Verga. Gabriele D’Annunzio. Italo Calvino. Dostoëvskij. Nanni Loy. Vittorio De Seta. Pier Paolo Pasolini... Perfino il M. Night Shyamalan di The Village. E naturalmente Vincenzo Bellini e Giuseppe Verdi, ma in versione pianistica, dunque in dimensione più cameristica e intima. Sono alcuni nomi che affiorano alla memoria nel corso della visione di quello che a tutt’oggi, insieme a Le Quattro Volte di Michelangelo Frammartino, è il film italiano più bello del XXI secolo: Lazzaro felice, di Alice Rohrwacher. Come spiegare, criticamente e oggettivamente, quel che al di là di ogni eventuale critica è oggettivamente la riuscitissima, anzi miracolosa riesumazione nel contemporaneo del genere della parabola antica, raccontata in ogni epoca nelle fiabe popolari, nella letteratura e nei film (dal francescano Cantico delle Creature a Miracolo a Milano e a E.T.), che illustra la bontà d’animo dei ‘puri di cuore’ e ‘poveri di spirito’ del Vangelo, volteriani Candidi semplici e contadini, creature che in nome della propria solida e limpida incoscienza della malizia del mondo e degli uomini scavalcano il tempo e lo spazio, e si inseriscono in quella dimensione incalcolabile e irregolata da orologi e altri strumenti che è il tempo degli animali, dei Santi, di chi insomma per misurare la vita usa la necessità del momento, l’istintività del bisogno immediato, l’emergenza di un’emozione non irregimentata da altri codici che non siano quelli della terra e dell’aria? Lazzaro (l’esordiente Adriano Tardiolo, davvero sceso in Terra a miracol mostrare) è un ragazzo un po’ assorto ma sempre disponibile, servizievole, devoto, solitario, uno dei quasi sessanta contadini che lavorano all’Inviolata, la tenuta della Marchesa Di Luna, che da vera ‘padrona’ li sfrutta e li costringe a una vita di fame. Fame, che con una pasoliniana ‘grazia italiana antica’ i ‘mezzadri’ sopportano come una condizione immanente: vivono in tanti, uomini, anziani, donne e bambini, con la dignità di contadini dell’800, nelle poche stanze della spelonca che la Marchesa ha messo loro a disposizione. Nessuno di loro immagina di vivere negli anni 2000, sa tantomeno leggere e scrivere, né ha cognizione della democrazia, delle nuove leggi, della modernità (tv, cellulari, elicotteri): la città è un luogo lontano, dove un giorno, forse, i più giovani (che fanno ancora le serenate con le zampogne sotto le finestre delle fidanzatine) andranno in cerca di un futuro migliore e più confortevole. E’ la stessa Marchesa a tenerli all’oscuro (questo il richiamo agli Amish di The Village) di come e cosa sia diventato il mondo da che nuove leggi abolirono per sempre la mezzadria, e all’Inviolata la vita scorre tra una raccolta di cicoria, una mungitura di pecore e capre, una razzia di galline ad opera di lupi affamati, e la raccolta delle foglie di tabacco, fiore all’occhiello della produzione agricola locale... Senza svelare oltre la seconda parte di questa favola contemporanea che assimilando uomini e animali illustra e si fa metafora dell’eterna interrelazione che vige tra esseri umani di casta sociale diversa, né anticipare l’epilogo che nella sua tragicità trasfigura l’Uomo e lo proietta in un’aura aderente ai più naturali processi vitali del nostro pianeta, è bene scandire a chiare lettere che siamo di fronte a un pezzo unico, non somigliante a nessun altro prodotto del cinema attualmente in vigore: tantomeno del cinema italiano, che ha da tempo perso la sua identità riconoscibile proprio perché ha smesso di parlare una lingua ricca, post-letteraria, forziere di varietà e intonazioni dialettali che, chissà per quanto ancora, in un certo senso ci tiene lontani dal pericolo di estinguerci in un’omologazione attecchita più o meno dovunque. Lazzaro felice, invece, provoca un salutare spaesamento che ridispone tutti, almeno noi italiani – ed è interessante osservare come sembrino rendersene conto anche spettatori di altre lingue e culture, che a Cannes hanno salutato con affettuoso calore il film, sia alla proiezione ufficiale per il pubblico, sia in quella riservata alla stampa - a recuperare quel perduto senso del ‘genius loci’, per quanto la Rohrwacher non sembri interessata a voler farci indovinare dove hanno avuto luogo le riprese, né che la città della seconda parte sia Milano - che è invece linfa imprescindibile di quell’ispirazione genuina e di quel ‘touch’ inimitabile e inconfondibile e che il mondo ci invidia nel gestire la recitazione corale di attori non professionisti.

Un miracolo di film, toccante, anche poetico e magico, di quelli che danno la forza di poter dire a chi lo abbia eventualmente rifiutato o malinteso ‘hai un cuore arido, duro, distratto da una modernità fasulla che ti sballa tutti i valori, e la tua punizione consiste nell’incapacità di riconoscerlo e di ammetterlo’.

Laudato sii, mio Signore, per Sora Alice Rohrwacher e per il suo meraviglioso film.


CAST & CREDITS

(Lazzaro felice); Regia: Alice Rohrwacher; sceneggiatura: Alice Rohrwacher; fotografia: Hélène Louvart; montaggio: Nelly Quettier; musica: Piero Crucitti; interpreti: Adriano Tardiolo, Agnese Graziani, Alba Rohrwacher, Luca Chikovani, Tommaso Ragno, Sergi Lopez, Nicoletta Braschi, Natalino Balasso; produzione: Tempesta srl, Rai Cinema, AMKA Films Productions, Ad Vitam, Pola Pandora Filmproduktion; origine: Italia, 2018; durata: 125’


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