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Le cronache di Narnia. Il viaggio del veliero

Pubblicato il 17 dicembre 2010 da Giovanna D’Ignazio


Le cronache di Narnia. Il viaggio del veliero

È difficile riassumere in poche righe i valori e i significati espressi da un film che, come il genere impone, è aperto a numerose letture, tra le quali non è irrilevante quella metalinguistica. Sorvolando sul non del tutto assente, ma ben contenuto patetismo delle scene finali (che sembra essere ancora necessario nelle pellicole rivolte ai più piccoli), il terzo episodio tratto dalla saga scritta da C. S. Lewis tra il 1950 e il 1956 è magistralmente “costruito” dal regista, dagli animatori e del direttore della fotografia (l’italiano Dante Spinotti). In questo terzo episodio della saga i fratelli Edmund e Lucy sono ospiti dalla famiglia del cugino inglese Eustace, tutt’altro che contento della presenza dei due ospiti, che vorrebbe fossero degli insetti da torturare. Lucy fa notare al fratello un quadro raffigurante un veliero nel mare in tempesta (simbolo del sogno, dell’onirico ma anche dell’inconscio e del rimosso) che ricorda loro Narnia. Mentre Eustace deride l’infantile e irrazionale visionarietà dei cugini, l’acqua del quadro inizia ad allagare la stanza fuoriuscendo dalla cornice e facendo riemergere il trio nei mari di Narnia. Se Edmund e Lucy vengono accolti calorosamente dai vecchi compagni di avventura, Eustace è assolutamente ridicolo e “straniero” rispetto a questo mondo con il quale inizialmente si rifiuta di voler entrare in relazione. L’obbiettivo della missione consiste nello sconfiggere la nube di tenebre che mercifica e sacrifica centinaia di vite umane nei regni di Caspian principe di Narnia, riunendo le sette spade dei lord senza lasciarsi indurre in tentazione dalle ambizioni personali che le tenebre suscitano in loro. Se Caspian, Lucy ed Edmund dimostrano la loro crescita non cedendo alle tentazioni, l’inesperto Eustace pecca di avidità e viene punito: è infatti trasformato in un drago e può riacquistare la sua umanità solo dopo aver dimostrato la forza, il coraggio e l’altruismo necessari a affinché il suo contributo decisivo si unisca a quello degli altri per sconfiggere la nube di tenebre e tornare con i cugini nel mondo da cui provengono. È attraverso un quadro raffigurante un veliero nel mare in tempesta (un topos tanto letterario, quanto pittorico, nonché allegoria dello stesso schermo cinematografico) che ha inizio questa volta il viaggio (immersivo, in virtù del 3D) in un mondo “altro”, attraverso il quale è possibile sondare e comprendere la contemporaneità. Il genere fantasy - di cui non è facile risalire con precisione alle origini, tanto queste affondano le radici nella mitologia e negli archetipi occidentali di ogni epoca a partire da quella greca - assume grande rilievo ed importanza nella seconda metà del Novecento, alla luce della “razionalizzata crudeltà” espressa dai Totalitarismi e dalla Guerra Fredda (gli aerei militari inglesi volano sulla casa dei tre protagonisti, a evocare lo spettro del conflitto ai suoi inizi), quando per la prima volta il genere umano è costretto in massa a prendere coscienza della possibilità che il mondo possa cessare di esistere così com’è conosciuto o addirittura essere distrutto. È ormai noto come il fantasy abbia una connotazione profondamente cristologica, alla quale la saga di Narnia non sfugge (Aslan, il leone d’oro è una rappresentazione allegorica di Gesù, del quale viene evidenziato il coraggio come individuo, la cui umanità può tendere al divino e all’epos solo perché protesa verso l’umanità intesa come moltitudine di individui). Al di là di questa cornice, rintracciabile in tutta la recente e florida filmografia del genere, vengono ribaditi gli altri temi tipici quali il dramma del bambino orfano (i coprotagonisti, Lucy ed Eustace), il timore di non meritare o ricevere l’amore necessario per la crescita (il cugino Eustace), la ricerca di oggetti simbolici e archetipici (ma non è l’oggetto ad a essere magico in se, quanto la capacità di chi lo utilizza di saperne suscitare e gestire il potere), le prove e i riti iniziatici (tra i quali spicca la scelta di Lucy quale personaggio portatore di conoscenza – perché ama leggere – per affrontare l’oppressore), la necessità di combattere le proprie debolezze (“Per sconfiggere le tenebre dovete sconfiggere le tenebre dentro di voi” dice Aslan all’equipaggio del Veliero dell’Alba) per diventare uomini giusti e donne valorose (le fondamentali virtù cavalleresche che hanno guidato la cultura dell’uomo occidentale per secoli). Giustizia e valore sono le qualità fondamentali alle quali i bambini devono ambire, seguendo il proprio sentire e la propria coscienza (che indica sempre la giusta via), senza farsi fuorviare da un’educazione tanto “razionalizzante” da essere asettica (si veda l’ossessione igienista di Eustace), gelida (il padre di Eustace nella sua breve apparizione è barricato dietro un giornale, totalmente indifferente ai tentativi del figlio di attirare la sua attenzione) e sterile. Di fatto è proprio Eustace Scrubb, il viziato, saccente e ottuso cugino di Lucy ed Edmund, con la sua faccia da porcellino, sempre preso a razionalizzare scioccamente ogni evento, il personaggio chiave di questo episodio della saga. Attraverso questa “uscita dal mondo reale” nella quale è guidato dagli ormai esperti cugini, Eustace prende consapevolezza della cecità della ragione se priva del sentimento, dell’importanza della capacità istintiva e del bisogno di immaginare (e di immaginario) che rendono l’uomo “umano”. Alla razionalità si oppone l’imprescindibilità del sentimento il quale guida alla coscienza e conoscenza del “se” per poter comprendere il prossimo e il mondo: “Tu dubiti del tuo valore, non fuggire da ciò che sei” dice Aslan a Lucy, per farla desistere dall’impadronirsi della bellezza della sorella (altro tema contemporaneo questo della cieca vanità). Eustace è l’unico a cedere alla tentazione e a subire la trasformazione in drago, l’animale forse più forte, maestoso, longevo e resistente dell’iconografia fantasy e che rivela l’interiorità del ragazzo, snaturata da un’educazione fuorviante e repressiva dal punto di vista dell’immaginazione. Ottimo il lavoro di animazione per personaggi quali il topo Reepicheep e il minotauro. Ostentate, ma interessanti le numerose inquadrature esaltate dal 3D, che evoca le fantasmagorie dei libri pop-up. Tra epos, pathos, ironia e spettacolarità la regia dovrebbe soddisfare la critica e ancor di più il grande pubblico natalizio al quale la produzione punta.


(The Chronicles of Narnia: The Voyage of the Dawn Treader). Tratto dall’omonimo romanzo di C.S.Lewis:; Regia: Michael Apted:; sceneggiatura: Christopher Markus, Stephen McFeely, Michael Petroni:; fotografia: Dante Spinotti:; montaggio: Jim May, Rick Shaine: ; musica: David Arnold:; interpreti: Ben Barnes (Caspian); Skandar Keynes (Edmund Pevensie), Georgie Henley (LucyPevensie), Will Poluter (Eustace Scrubb), Laura Brent (Liliandil), Gary Sweet (Lord Drinian):; effetti speciali e animazione: Angus Bickerton, Brian Cox, Steve Szekeres:; produzione: 20th Century Fox Home Entertainment, Fox 2000 Pictures, Twentieth Century-Fox Film Corporation, Walden Media:; distribuzione: 20th Century Fox:; origine: U.S.A:; durata: 115’.


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