Le quattro piume

Pubblicato il 22 novembre 2002 da Alessandro Izzi


Le quattro piume

Le quattro piume sembra essere decisamente un kolossal d’altri tempi, con scenari alla David Lean, scatenamenti sinfonici tardo ottocenteschi, avventure mirabolanti di montecristiana memoria e una dose di inevitabile retorica. Ispirandosi all’omonimo romanzo di E.W.Mason (già passato al cinema in almeno altre cinque versioni dai tempi del muto fino alla versione fuilleton di Zoltan Korda e con una meno nota versione televisiva della fine degli anni’ ’70), il film di Shekar Kapur brilla per la sua nostalgica vena in controtendenza rispetto a quelli che sono gli stilemi del cinema contemporaneo. Mescolando con disinvoltura amore e guerra, il regista indiano mette in discussione, in un processo di riappropriazione delle proprie radici storiche e culturali, quel diritto che si arrogarono gli inglesi nel pieno fulgore del loro imperialismo coloniale, di occupare non solo militarmente, ma anche culturalmente delle terre abitate da genti viste aprioristicamente come “inferiori”. Poco importa che un tema di questo genere fosse presente implicitamente, e spesso ad un livello del tutto inconsapevole, già nelle novelle di Kipling (ispiratore di un classico del cinema come L’uomo che volle farsi re di John Huston) o che avesse già dato i natali ad un capolavoro epocale della storia del romanzo quale è Cuore di tenebra di Conrad (a sua volta nei cinema nella versione attualizzata e geniale del Francis Ford Coppola di Apocalypse now) perchè quello che conta, davvero, è fornire un messaggio che si vuole sempre attuale ancorchè risaputo: La guerra è brutta, e il concetto di occupazione militare di un territorio poggia le sue basi sul fraibile terreno dell’egocentrismo nazionilistico. Il regista cerca di nascondere il fantasma del deja vu impalandolo in una finta operazione nostalgia che, nel rievocare discorsi di altri, nasconde la sua incapacità e rielaborarli in un discorso nuovo ed originale. Ne viene fuori un film onestamente spettacolare che si reivela, però, spesso francamente indigeribile (soprattutto il versante sentimentale) e mal gestito da uno stuolo di attori al loro minimo storico (si salva solo Wes Bentley dal naufragio universale tra le onde sabbiose del deserto). Il regista indiano con l’aiuto del coordinatore militare Henry Camilleri e della fotografia di Robert Richardson, riesce a donare un alone di modernità alle scene di battaglia. Tra echi del cinema del passato (su tutti l’inevitabile Lawrence d’Arabia) si consumano sequenze di indiscutibile fascino formale (affascinante la resa visiva degli sontri tra le ordinate fazioni inglesi e quelle sudanesi) riuscendo a pervenire ad spettacolarizzazione spesso efficace. Le musiche di Horner riescono, in qualche frangente, ad ammorbidire le punte più retoriche del film, ma nel complesso il tutto risulta più che altro noioso. Resta l’idea culturale di un regista indiano che (già a partire dal precedente Elizabeth) tenta di rileggere la storia inglese in cerca, paradossalmente, ma consequenzialmente di quegli echi nascosti e dolorosi della storia del passato del suo stesse paese.

(The four feathers) Regia: Shekhar Kapur; Sceneggiatura: Michael Schiffer, Hossein Amini; Fotografia: Robert Richardson; Montaggio: Steven Rosenblum; Musiche: James Horner; Interpreti: Heath Ledger, Wes Bentley, Kate Hudson, Djimon Hounson, Michael Sheen; origine: Usa, 2002; Produzione: Paul Feldsher, Robert D. Jaffe, Stanley R. Jaffe, Marty Katz; Distribuzione: Eagle Pictures

[novembre 2002]

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