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Venezia 74 - Mektoub, My Love: Canto Uno

Pubblicato il 9 settembre 2017 da Anton Giulio Onofri

VOTO:

Venezia 74 - Mektoub, My Love: Canto Uno

Un po’ meno ‘capolavoro’ di quanto si dica in giro qui al Lido, dove è stato inserito nel Concorso ufficiale, il nuovo film di Abdellatif Kechiche è senza dubbio un bel film. Un gran bel film. Che in teoria potrebbe non aggiudicarsi, come sperano in molti, il massimo riconoscimento per via della sua confezione incompleta (mancano i titoli di coda), arrivata a Venezia poche ore prima delle proiezioni pubbliche, e perché si tratta comunque del ‘primo capitolo’ di una trilogia, che ‘non finisce’, ovvero sfuma, dissolve, prima dell’intervallo che lo separerà dal capitolo successivo.

Mektoub, My love: Canto Uno è il racconto in ‘apparente’ (ma qui sta il bello del cinema del regista tunisino) presa diretta dell’estate al mare del giovane Amin, giovanissimo e grazioso aspirante sceneggiatore per il cinema con la passione della fotografia, che da Parigi raggiunge la sua famiglia per una vacanza balneare a Sète, cittadina natale di Paul Valéry e Georges Brassens sulla costa meridionale della Francia. L’ambientazione nel 1994 pospone di un decennio o quasi quella del romanzo di origine, La blessure, la vraie, di François Bégaudeau, autore della sceneggiatura, ma ne mantiene la natura di romanzo di formazione, e ne utilizza la metafora estiva come momento di sospensione degli impegni quotidiani e ordinari della vita nelle altre stagioni dell’anno per compiere importanti passi in avanti nella conoscenza di sé, del mondo, del sesso, e per meglio definire una propria Weltanschauung veicolata nell’espressione artistica, come la fotografia nel caso del protagonista. In collaborazione con l’autore del romanzo, Kechiche si appropria delle atmosfere del libro e le adatta alla sua gente (tunisini naturalizzati francesi), su cui posa l’onnivoro sguardo della sua macchina da presa per seguirne, in una miracolosa resa di spontanea autenticità, parole, gesti, discorsi, bagni in mare, balli, corteggiamenti, i tanti, tantissimi sorrisi (sono tutti forse anche troppo belli, i suoi attori e le sue attrici), senza la preoccupazione di dar forma o struttura al racconto, preferendo anzi abbandonarsi allo scorrere di un tempo che inusualmente dilatato al cinema somiglia molto di più a quello della vita reale: i trenta minuti della sequenza in discoteca ne sono la dimostrazione più vivida e immediata.

Ponendo al centro della narrazione la gioventù e l’avvenenza dei personaggi, è naturale che il suo sguardo li segua, li osservi, li spii - va ricordato che le critiche più aspre mosse al, secondo chi scrive, sopravvalutato La vita di Adèle, esagerata palme d’or a Cannes, furono proprio quelle di un voyerismo maschilista e compiaciuto nella contemplazione delle lunghissime sequenze di amore lesbico - anche durante i loro trastulli erotici, fortunatamente limitati, in questo ultimo titolo, alla sequenza iniziale, in cui Amin, protagonista gentile e misterioso, timido e sfuggente osservatore e ‘alter ego’ del regista, armato come lui di un obiettivo fotografico per catturare la realtà, spia, appunto, dagli scuri appena accostati di una finestra il coito esplicito di una giovane coppia in amore ripresa senza alcun falso pudore. Amin attraversa l’intero film partecipando solo con la sua presenza alle cene al ristorante, alle conversazioni sulla spiaggia, al rimorchio delle ragazze, ai balli scatenati in discoteca, concentrato sull’interiore percorso di una sensibilità artistica attratta da ciò che scorre inosservato sotto lo sguardo distratto e molto più interessato alla luce del sole del Mediterraneo di tutti gli altri. Rispetto a La vita di Adèle, il personale discorso sullo sguardo già iniziato da Kechiche con lo splendido Vénus Noire – dove meditando sul voyerismo del Beau Monde parigino di fine ‘800 stregato e sollecitato nei propri bassi istinti dalle scure carnalità dell’africana/fenomeno da circo, elaborava un’analisi delle origini del razzismo occidentale – trova in Mektoub, My Love più intrigante compiutezza: non può infatti non prendersi in considerazione l’aspetto sociale e politico della rappresentazione di una comunità di musulmani naturalizzati in un paese occidentale, dove le donne, dalle più giovani e avvenenti alle più anziane, zie e mamme saggie e amorevoli, possono lasciar esplodere senza inibizioni e con una spregiudicatezza autorizzata dalla freschezza e dagli ormoni dell’età una sensualità che nel paese d’origine sarebbero obbligate a reprimere. E’ questo, al di là degli apprezzamenti di certo pubblico maschile che sembra aver gradito il film soprattutto perché sollecitato dalle curve e dai trionfali posteriori del giovane cast femminile, l’aspetto politicamente più accattivante di un’opera cinematografica ambientata negli anni ’90, ma realizzata in questi anni di drammatico scontro ideologico e culturale tra Oriente e Occidente. Oriente e Occidente che invece si incontrano in una sequenza forse di facile effetto, eppure emotivamente così straordinaria da giustificare tutti i brividi del caso: mentre i suoi amici e parenti sono impegnati sulle spiagge nel gioco estivo delle tresche e dei rimorchi, Amin fotografa il parto di due agnelli (due, come le due citazioni sulla ‘luce’ tratte dal Vangelo di San Giovanni e dal Corano) commentato dalla musica di Wolfgang Amadeus Mozart…


CAST & CREDITS

(Mektoub, My Love: Canto Uno); Regia: Abdellatif Kechiche; sceneggiatura: François Bégaudeau; fotografia: Marco Graziaplena; montaggio: Nathanaëlle Gerbeaux, Maria Giménez Cavallo; interpreti: Shaïn Boumedine, Ophélie Bau, Salim Kechiouche, Lou Luttiau, Alexia Chardard, Hafsia Herzi, Kamel Saadi, Estefania Argelich; distribuzione: Good Films; origine: Francia, Italia, Tunisia, 2017; durata: 180’


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