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Normal - Panorama

Pubblicato il 11 febbraio 2019 da Matteo Galli

VOTO:

Normal - Panorama

L’interesse di Adele Tulli nei confronti delle questioni di genere, da un punto di vista che si fa fatica a non definire femminista, era apparso chiaro nei precedenti documentari girati dall’autrice con una formazione maturata fra l’Italia e la Gran Bretagna: 365 Without 377 (2011), dedicato alla legislazione in ambito sessuale nell’India coloniale e postcoloniale e Rebel Menopause (2014), documentario dedicato all’attivista femminista francese Thérèse Clerc. In Normal, il non particolarmente lungo documentario (70 minuti) presentato a Berlino nella sezione “Panorama”, Tulli allinea una serie di sequenze o episodi, alcuni più riusciti e alcuni meno, in cui – come preannuncia il titolo – si assiste ad alcune situazioni che assomigliano ciascuna a piccole performance in cui i personaggi in un’età ricompresa fra l’età infantile e quella che un tempo si sarebbe chiamata età da marito vengono “addestrati” a corrispondere il più possibile alle attribuzioni, alle aspettative, ai cliché, alle norme, dunque, previste per il loro genere – di qui il titolo. L’addestramento, ovviamente, è tanto maggiore quanto più giovane è l’età dei soggetti al centro del singolo episodio. Da una certa età in avanti – ma non è difficile capire che i condizionamenti hanno comunque operato in profondità, a livello inconscio e sono stati nel tempo abbondantemente introiettati – sono i soggetti stessi che si sottopongono a determinate scelte, a determinati riti. Vi è una certa qual predominanza di sequenze che vedono al centro personaggi femminili, ma la ricognizione riguarda anche i soggetti maschili. Questo schema, non privo di una certa meccanicità, è presente fin dai primissimi episodi: da un lato, la folgorante scena iniziale che mostra una bambina (età presunta 10 anni) a cui viene praticato un foro nel lobo dell’orecchio, autentico rito di passaggio all’età adolescenziale e che si sottopone al minuscolo intervento con flemma e con coraggio mostrando solamente verso la fine un lievissimo rossore, sostenendo con rara intensità un lunghissimo primo piano; a seguire, come controcanto, il padre che addestra e motiva il figlio a immediato ridosso di una gara su pista fra piccole motociclette, con tutti gli altri padri a bordopista a fare i tifosi sfegatati. Insomma le bambine addestrate a fare le ragazzine, ad essere carine, ad esaltare la loro femminilità e i ragazzini addestrati a occuparsi di cose tipicamente maschili come le moto, a divenire maschi alpha. Questo parallelismo prosegue per tutto il film, man mano che si procede muovendosi verso l’età adulta, Tulli scivola sempre più verso il racconto spietato – e dal nostro punto di vista di spettatori – sconsolato di un campionario dei molti e variegati abbrutimenti contemporanei: dall’idolatria di un cospicuo gruppo di ragazze sotto le finestre di una libreria del gruppo Mondadori tributata al giovane YouTuber, in occasione della pubblicazione di un suo libro (non osiamo immaginare che tipo di libro), con cui tutte ma proprio tutte si fanno fotografare, previo ottenimento di copia autografata del prezioso volume, una selezione al concorso di Miss Mondo con tanto di intervista “professionale” alle aspiranti concorrenti con la macchina da presa che, mentre le candidate parlano degli studi fatti e del lavoro cui aspirano (una pura formalità che di fatto non interessa a nessuno dei giurati) inquadrano rigorosamente soltanto i glutei, oppure i tacchi altissimi delle scarpe, o ancora un’agghiacciante e volgarissimo addio al nubilato con la festeggiata incoronata con un serto di falli di gomma, o una piccola lezione a future, prossime spose su come prendersi cura dei mariti anche e soprattutto quando alla famiglia verranno ad aggiungersi dei bambini. Insomma l’apologo sulle attribuzioni e i cliché educativi si trasforma a poco a poco in una sorta di bestiario della volgarità dell’Italia contemporanea che, è inutile negarlo, spiega molto di ciò che sta accadendo nel nostro paese, a livello di senso comune, di rispetto, di solidarietà, e perché no anche di moralità. Non viene mostrata alcuna violenza, per carità, tutti paiono sottoporsi volontariamente a questi riti. La macchina da presa si limita a registrare, si muove tutto sommato piuttosto poco, ma è proprio questa impassibilità, la perfetta simmetria di molte inquadrature, che rende il messaggio ancor più esplicito, seppur, alla fine, un po’ ripetitivo. Il film termina con una sequenza che volutamente spezza la simmetria e rappresenta un piccolo ma significativo volo utopico: dopo tanta bruttezza (molte scene si svolgono nei non luoghi dell’Italia contemporanea) si intravedono, riprese dal palcoscenico, le splendide file dei palchi del Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara. E’ qui che il vicesindaco celebra una (la prima?) unione civile fra due individui di sesso maschile del Comune della città estense. Finalmente, qualcosa che non è “normale”, ma finalmente possibile.


CAST & CREDITS

(Normal); Regia: Adele Tulli; sceneggiatura: Adele Tulli; fotografia: Clarissa Cappellani, Francesca Zonars; montaggio: Ilaria Fraioli, Elisa Cantelli, Adele Tulli; produzione: FilmAffair, Roma origine: Italia, Svezia 2019; durata: 70’.


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