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Intervista a Roberta Da Soller

Pubblicato il 28 maggio 2014 da Filippo Baracchi


Intervista a Roberta Da Soller

Roberta Da Soller ha esordito accanto a Maria Roveran nel film Piccola Patria di Alessandro Rossetto. Rappresenta uno volti nuovi che sono recentemente apparsi nel panorama del cinema italiano.
Nella sua esperienza d’attrice, iniziata dal teatro, il percorso da lei finora intrapreso spazia tra sperimentazione e arte contemporanea.
Ha avuto una piccola parte anche nell’ultimo film di Carlo Mazzacurati, La sedia della felicità.

Come è nata la tua passione per il cinema?

Al cinema ci si avvicina inevitabilmente fin da bambini.
Quello che mi appassionato è che nel cinema, rispetto al teatro, c’è più spazio al lavoro sulla memoria emotiva che alla sola tecnica. Davanti alla telecamera hai modo di lavorare su piccole cose, su livelli diversi della stessa emozione. Questa è una cosa che mi piaceva ed è stata l’esperienza che ho avuto modo di approfondire in Piccola Patria con le attrici Maria Roveran e Nicoletta Maragno.

In Piccola Patria con Maria Roveran rappresenti uno dei volti giovani del cinema italiano (perlomeno quello d’autore). Come vivi e stai vivendo questa esperienza?

Malgrado le differenze distributive, come la maggior parte dei film d’autore italiani, questa esperienza ha sicuramente "sconvolto" la mia vita abituale. Devo però ancora adattarmi a questa nuova condizione.

Come è stato l’incontro con Maria Roveran?

Sicuramente interessante. Se ho fatto parte del cast è grazie a Maria. Nei provini abbiamo lavorato con una complicità invidiabile, creando un ambiente di lavoro prolifico.

La scelta di recitare in dialetto è stata una scelta di Rossetto. Come è stato questo ritorno alle tue origini, alla periferia?

Questo è stato il lavoro emotivo più difficile. Avevo rimosso il dialetto, perché è stato per me uno scoglio a livello sociale. Quando ero all’istituto d’arte, mi sono resa conto che non riuscivo ad esprimermi bene con i compagni e non capivo bene quello che mi dicevano. Ho sofferto molto questa cosa.
Dunque quando ho fatto il provino con Rossetto, ho dovuto riaffrontare le difficoltà di accettare di essere nata in un posto e non tanto ridefinire un codice linguistico adatto per recitare in dialetto.
Lavorare in Piccola Patria è stato modo di vedere in un altro modo quello che mi portavo addosso.

Dopo questa esperienza, a quale registro attoriale ti senti più portata?

Ho la necessità e la voglia di sperimentare più possibile.
Non mi sento di dire "preferisco più un genere o un altro". Non mi sento però portata per le soap opera o le serie televisive.
Una delle attrici del passato alla quale mi ispiro è Jean Seber...

Ho letto che il tuo film preferito è L’odio di M. Kassovitz. Perché?

Perché a me interessa moltissimo la periferia.
Perché la periferia per me vuol dire molte cose: è stato il mio paese, ma è stato anche uno stato mentale (un disequilibrio continuo, un disordine, un caos). Nel mio disequilibrio ho costruito il mio modo di stare al mondo e il mio fare. E la periferia rispecchia questo mio stato d’animo.
L’odio rappresenta degli spaccati della periferia e degli stati dell’anima che esistono realmente, anche se più volte tendono a essere mitizzati.

Dal tuo punto di vista, oggi il cinema può essere ancora un occasione per incontrare le persone?

Dipende da come lo si intende: per me il cinema è sempre un incontro, le storie che vengono raccontate mi coinvolgono anche a livello di vita. Non lo sento alieno alla vita quotidiana.
Se lo si pensa come spazio e sistema culturale, vedo ancora che fatica ad entrare nella vita delle persone, come una necessità (come anche il teatro) e come altre forme d’arte (arte contemporanea) e altri spazi della vita (vedi la piazza). In parte le condizioni della vita d’oggi frenetiche non permettono di far godere realmente questo spazio.
Credo che ci sia molto da fare.


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