Dopo il successo di L’alba dei morti viventi e prima dell’ancora a venire Watchmen tratto da un fumetto per molti rivoluzionario di Alan Moore, con 300 Zack Snyder conferma una strana, ma potente propensione del suo cinema : una precisa vocazione derivativa.
Le sue pellicole, sino a questo momento e per l’imminente futuro, si vogliono, infatti, come esercizi di stile che si agglomerano intorno a racconti che, in modi e forme diverse, hanno già avuto una loro precedente visualizzazione : Racconti narrati due volte, insomma.
Il regista americano lavora, quindi, direttamente nel corpo dell’immaginario, assorbe stilemi e modi di messa in immagine e li reinventa secondo un gusto enciclopedico che non è mai, ad ogni modo, supina accettazione filologica del proprio modello.
In L’alba dei morti viventi, ad esempio, la riproposizione del modello romeriano veniva fatta sposare con il bisogno, sicuramente non poco commerciale, di avvicinare la logica dei camminanti da cui tareva spunto con il bisogno adrenalinico di scene di impatto tipico di platee ormai definitivamente assuefatte alle dinamiche dei gioco della Play station. In questo modo la complessa metafora del capolavoro di Romero veniva spalmata su una superficie spettacolare che, rinunciando ad ogni ulteriore carica politica, si faceva mera esaltazione di violenza.
Correvano gli zombie di Snyder, come schegge impazzite di una società in perenne movimento e in costante ricerca di carne umana prima ancora che di ricordi lontani, d’un’altra vita tutta intessuta dei miti del consumismo. E dilaniava, lacerava i corpi delle persone lasciando da parte ogni riferimento al corpo sociale e culturale della propria America.
Ed è la violenza la vera ed unica protagonista di 300. Delle quasi due ore di film, l’ottanta per cento è completamente dedicato alle scene di lotta, agli scontri cruenti, all’esibizione vistosa del fascino crudele di una Guerra destinata a proiettarsi nel mito dei secoli a venire.
Snyder ha dalla sua un grande merito, che in parte sicuramente gli deriva dal fumetto di Frank Miller (lo stesso di Sin city) da cui trae ispirazione : non cerca di storicizzare gli eventi che racconta come aveva, invece, tentato di fare il Peterson di Troy. La battaglia delle Termopili non è raccontata con specifiche ricerche di una qualche forma di verità storica, ma con occhio consapevolmente confitto nel corpo della leggenda. Gli eventi, nella loro grezza naturalità, sono come investiti dalla possente luce del mito e restituiti con intatto senso di epica. Più che il racconto in sé conta la possanza della composizione delle immagini, la magniloquenza delle singole inquadrature, l’uso consapevole di una tavolozza cromatica di inaudita carica evocativa. Nella ricomposizione dell’immagine digitale (il regista contrariamente a quanto sperimentato da Rodriguez nel suo Sin city che aveva ripreso tutto in digitale, si concede di riprendere i suoi attori in pellicola e poi di comporre, con il computer, il mondo che li circonda) si avvera lo stesso paradosso di L’Alba dei morti viventi : pur nello smembrarsi dei cadaveri, pur nell’abbondanza dei dettagli truculenti, il corpo perde la sua consistenza materica e si fa pura immagine, figura archetipica. Di questo passo la stessa violenza si fa puro segno grafico.
Non c’è che dire 300 è il trionfo della visione. E nelle immagini spettacolari e meravigliose che il regista compone, si fa strada un’esaltazione acritica della violenza per la violenza.
Una violenza che non ha altro fine che quello di perpetuarsi ed oggettivarsi, di farsi immagine e visione. In questo senso Snyder tocca un nervo ancora oggi dolente : quello della sostanziale ambiguità del Cinema quando in esso l’estetica finisce per sopravanzare ogni altra considerazione. Le sue immagini di Guerra, anche quando mettono in campo improbabili rinoceronti o strani mostri mutanti da fantasy tolkineniano (assenti peraltro nel fumetto) hanno un fascino trascinante. Come quelle dei giochi delle Olimpiadi di Leni Reifenstahl.