RomaFictionFest 2009 - Guantanamo:inside the wire

Pubblicato il 13 luglio 2009 da Viviana Eramo


RomaFictionFest 2009 - Guantanamo:inside the wire

Presentato in competizione al Romafictionfest nella sezione factual - che riunisce documentari e docufiction prodotti dalla tv e provenienti da tutto il mondo -, Guantanamo: inside the wire è il resoconto video esclusivo della visita effettuata dalla giornalista Yvonne Ridley e dal giovane film maker David Miller - nonché ideatore, regista e montatore dell’intero progetto - dentro la tristemente nota struttura detentiva di Guantanamo Bay.

Girato nello stesso periodo in cui Barack Obama decise di sospendere la commissione militare del carcere, il documentario di nemmeno cinquanta minuti, prodotto dall’iraniana Press Tv, è forse più interessante per ciò che non mostra piuttosto che per ciò che riesce a farci vedere.
Yvonne Rydley, giornalista con un passato da prigioniera in Afghanistan - esperienza che, neanche a dirlo, le ha cambiato totalmente la vita - pone domande incalzanti ai militari della prigione, i quali spesso non si fanno riprendere in volto. Pesantissime, come si può immaginare, le restrizioni imposte alla troupe relativamente alla possibilità di fare riprese. A loro, e a noi, viene mostrata l’attrezzatura medica e chirurgica dell’ospedale interno al carcere, l’equipaggiamento fornito ai detenuti appositamente creato affinché “non facciano del male a loro stessi e alle guardie”, le celle e la sala degli interrogatori. L’assenza, chiassosa per la sua evidenza, è proprio quella dei detenuti, mai presenti in quei pochi spazi che ci è permesso vedere, fatti di pavimenti lucidi e puliti, sui quali gli anelli di acciaio utili ad “assicurare” i prigionieri quasi perdono il loro valore d’uso per divenire inquietanti complementi d’arredo.

Più che dalle immagini girate da David Miller nella struttura detentiva, i veri documenti sono costituiti dalle testimonianze dei reduci che raccontano una verità diversa, opposta a quella riferita dai militari di Guantanamo. Sono le loro parole e ancor di più i frammenti dei filmini sgranati diffusi su internet sulle aberranti sevizie che il pianeta intero ha potuto conoscere – che Miller monta alternativamente alle immagini da egli stesso girate - a “riempire” gli spazi quasi asettici della prigione. Così come fanno il corpo e la voce di Yvonne Ridley, la quale non può non ricordare la sua esperienza di prigionia, fare confronti con altri complessi detentivi che ha visitato e restituirci la sensazione che Guantanamo sia ancor più, se possibile, eccezionalmente terrificante. Pensiero questo che diviene palese quando la giornalista entra nelle gabbie di Camp X-ray, dove non esistono servizi igienici di nessuna natura, ora coperte da un vegetazione che denuncia l’interruzione del loro utilizzo. É ciò che non vediamo, però, ciò che è assente di fronte al nostro sguardo di spettatori, invisibile nelle riprese di Guantanamo: inside the wire, a catalizzare il vero valore documentario dell’operazione. É la censura manifesta o nascosta dei militari che parlano, di coloro di cui vediamo solo gli anfibi, l’assenza dei detenuti e delle sevizie loro perpetrate a documentare l’impenetrabilità della verità su quei luoghi di dolore, come fu, per certi versi, per i campi di concentramento nazisti.


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