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Solo: A Star Wars Story

Pubblicato il 17 maggio 2018 da Anton Giulio Onofri

VOTO:

Solo: A Star Wars Story

Ci voleva, con buona pace dei fan sfegatati della saga più longeva della storia del cinema, qualcuno che nella realizzazione di uno spin-off si divertisse a ricreare atmosfere e sapori del trittico primigenio inaugurato dallo Star Wars di George Lucas (in realtà, come ormai sanno anche i sassi, il quarto episodio della serie) nel 1977, che rivoluzionò la galassia della fantascienza sul grande schermo con l’introduzione di una scanzonata e giocosa leggerezza per recuperare la fetta più ragazzina del pubblico, in alternativa alla più adulta seriosità che andava ammantando un genere sempre più incline ad una declinazione horror (Alien, etc.) della fascinazione per lo Spazio profondo. Alla prima mondiale al Festival di Cannes, Solo: A Star Wars Story, diretto da Ron Howard, ha deluso i fedelissimi della ‘terza fase’ della saga, inaugurata da J.J. Abrams con il poco memorabile episodio VII (Il Risveglio della Forza), seguito dal più riuscito episodio VIII (Gli ultimi Jedi, diretto da Rian Johnson), che ha rivivificato l’aspetto epico, eroico, ed esoterico del brand. È indubbio che Solo, effetti speciali a parte, assomiglia molto più a un vecchio film di cappa e spada e di moschettieri scalmanati, che a un racconto di fantascienza condito di spiritualità e filosofici distinguo tra il Bene e il Male, come la saga ‘maggiore’, toccata anche dai lutti necessari a un racconto che debba tener presente l’avanzare dell’età anagrafica degli attori (quando non della loro effettiva scomparsa, come nel caso della compianta Carrie Fischer). Ma Han Solo, fin dal suo esordio nel primo titolo realizzato nel ‘77, è stato sempre dipinto come un piratesco e guascone D’Artagnan, estraneo ai ‘Grandi Temi’ e alla valenza spirituale della Forza. Lui non è un Jedi, come Skywalker, ma piuttosto un avventuriero mercenario e spaccone dotato di quell’incosciente coraggio, caratteristica dei personaggi come lui destinati a fungere da ‘spalla’ agli eroi principali e tutti d’un pezzo della vicenda principale. Giusto è sembrato, quindi, risalire alle origini di un personaggio tra i più amati dell’intera parata, guarda caso defunto nel film di J.J. Abrams pochi d’anni or sono. Han Solo è uno dei tanti diseredati che vivono nei sobborghi di un pianeta oscuro e marginale, ma da bravo ragazzone pieno di voglia di vivere e di sfruttare a dovere la propria irruenta giovinezza è disposto a tutto pur di sfuggire alla segregazione nella lorda e losca periferia cui lo costringe l’Impero. Il film di Ron Howard racconta questa fase della vita di un personaggio che già nel ’77 introduceva il ‘buddy’ dell’eroico protagonista, quello ‘simpatico’ e più simile alla normalità del pubblico seduto in sala. Prestante, virile, ma non esattamente un bello e invincibile come un eroe greco: di qui la scelta azzeccatissima, come fu quella di Harrison Ford per l’Han Solo ‘cresciutello’, di Alden Ehrenreich nel ruolo dell’antieroe a 18 anni, ovvero di un attore già da qualche anno noto al pubblico che lo apprezza per le sue doti di seduttiva e vulcanica simpatia, all’opposto delle muscolature abbronzate e da copertina dei belloni hollywoodiani più famosi. Va da sé che il film di Ron Howard abbondi, come qualsiasi film d’avventura che si rispetti, di sequenze d’azione, di inseguimenti, di duelli e combattimenti, ma emulsionati nella schiuma di una lattina di Coca Cola agitata prima di essere stappata, e schizzata sui vestiti degli amici alla festa di una laurea o di un addio al celibato, con la consapevolezza di un gesto irriverente e spensierato perché da quella serata in poi, con l’ingresso nella maggiore età, le responsabilità aumenteranno e la vita non sarà più la stessa. L’apparato di creature e creaturine più o meno mostruose della variopinta fauna della galassia lontana lontana ricorda, stavolta, più i Gremlins ed E.T. che le più recenti invenzioni antropomorfiche animate digitalmente, ma su tutte vince l’eterno Chewbacca, il fedele compagno d’avventure: il film illustra nei dettagli (dalla feroce colluttazione in galera al tuffo nell’Iperspazio, compresa una... doccia insieme) la genealogia della sua amicizia con Solo, destinata, come ogni amicizia virile, a durare ben più della love story con Qi’Ra (Emilia Clarke), amorazzo di gioventù che con il tempo prenderà ben altre pieghe. L’intrattenimento è garantito da spettacolari e acrobatiche coreografie, che forse non aggiungono granché di nuovo al consumato repertorio visto in tutti gli altri film, tra gli episodi della saga e gli spin-off, ma con un pizzico di orgoglio italiano non si può non restare a bocca aperta mentre le immagini vorticose della rapina al treno scorrono sullo sfondo delle nostre meravigliose Dolomiti. Ben assortito è anche il cast dei diversi balordi e banditi che animano le gesta del giovane futuro pilota del Millennium Falcon, tra un Paul Bettany dal volto piagato e l’ambiguo di Woody Harrelson, compreso il Lando Calrissian di Donald Glover, in gioventù decisamente più furfante e imbroglione. Senza dimenticare la breve ma toccante partecipazione di Thandie Newton e di un personaggio alquanto indimenticabile, autentica perlina del film: il droide L3-37 (dotata, nella versione originale, della voce di Phoebe Waller-Bridge). Insomma, oltre ai delusi, c’è anche, come chi scrive, chi si è parecchio divertito!


CAST & CREDITS

(Solo: A Star Wars Story); Regia: Ron Howard; sceneggiatura: Jpnathan Kasdan, Lawrence Kasdan; fotografia: Bradford Young; montaggio: Chris Dickens, Pietro Scalia; musica: John Powell; interpreti: Alden Ehrenreich, Woody Harrelson, Emilia Clarke, Donald Glover, Thandie Newton, Paul Bettany; produzione: Lucasfilm; distribuzione: The Walt Disney Company; origine: USA, 2018; durata: 135’


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