Peter Watkins: Chi è costui?
sabato 18 giugno 2005 di Edoardo Zaccagnini

Lui adesso vive in Lituania e a questa terra pare che stia dedicando l’ultima fatica di un lavoro iniziato molto prima, fatto di racconti da vedere. Irriverenze scomode e senza definizione, incredibilmente abbracciate tra realtà e finzione. La sua esperienza, lunga come quarant’anni di Storia sociale, iniziò in quell’Inghilterra natale che, impaurita dalla verità della sua fiction mascherata da documentario, oscurò la sua denuncia, ammutolì la sua paura e rese invisibile il suo guardare. Erano i primi anni sessanta e questo rivoluzionario autore cinematografico pensò di informare l’opinione pubblica del suo paese circa le bugie del governo (labourista) Wilson, che da una parte prometteva di disarmare unilateralmente l’Inghilterra e dall’altra sviluppava un programma di proliferazione nucleare. L’immaginazione audace di Peter Watkins costruì gli effetti devastanti di una guerra atomica in gran Bretagna e illustrò potentemente il suo timore ad una televisione nazionale poco intenzionata a mostrare alla sua gente una spada di damocle “invisibile”. Ciò che costò a questo creatore d’oltremanica l’umiliazione della negazione furono il suo talento e la sua abilità: la bellezza esplosiva del suo lavoro e la potenza iperrealistica della sua immaginazione creativa indussero la Bbc, dapprima obbligata produttrice del progetto, ad impedire la messa in onda del lavoro finanziato, considerato esageratamnte credibile e quindi gratuitamente sconvolgente. Gli attori sembravano uomini, il montaggio e il taglio delle riprese connotavano precisamente i fatti (e le reazioni a questi) dentro uno spazio naturale, fermato prontamente dalle immagini inventate dal regista. Tutto accadeva senza essere accaduto e l’impatto con l’estabilishment ufficiale inglese spostò Watkins verso l’emarginazione. The war game (1965) fu congelato ad libitum e il suo autore facilmente accantonato, nonostante il premio speciale della giuria ottenuto al festival di Venezia del 1966 e l’Oscar dell’anno successivo raggiunto, paradossalmente, per il miglior documentario. Nulla di ciò aiutò il regista e il 1968, anno del suo primo lungometraggio (Privilege), segna la rottura definitiva tra Watkins e l’Inghilterra. Il film anticipava con precisione i conflitti sociali degli anni Thatcheriani e per gli attacchi (sferrati anche dalla critica), Watkins fu costretto a decidere di lasciare l’Inghilterra. Il resto della sua vita e del suo cinema è un vagabondare, costruire piccoli lavori in giro per il mondo e continuare a combattere battaglie contro istituzioni, occultamenti e media. Egli “impara” a scrivere e con la penna sancisce una “crisi dei media” causata dalla globalizzazione, dalla standardizzazione e da un’antidemocraticizzazione delle forme audiovisive voluta dal potere. Mai l’impatto tra Watkins e i paesi che egli incontra è facile. Soltanto ora, a settant’anni compiuti, il mondo della cultura sembra recuperare il talento realistico e visionario di questo autore maledetto e scomodo. Nel 2003 il British film institute ha finanziato l’uscita in dvd di The war game e i festival (per ora quelli piccoli) di mezza europa fanno a gara per proporre la retrospettiva di questo cineasta. Di fatto Watkins, schivo e sinceramente anti-conformista, non ha mai smesso di lavorare e di interessarsi agli abitanti delle frazioni del mondo e del loro rapporto con le istituzioni.

[giugno 2005]

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