Garage
giovedì 4 giugno 2009 di Luca Lardieri

(Garage) Regia: Lenny Abrahamson; sceneggiatura: Mark O’Halloran; fotografia: Peter Robertson; montaggio: Isobel Stephenson; interpreti: Pat Shortt, Anne Marie Duff, Conor Ryan, Don Wycherley; produzione: Element Films, Film4; distribuzione: Mk2 Distribution; origine: Irlanda, 2007; durata: 85’.

Quando ci si ritrova davanti ad un’opera come Garage, presentato a Cannes 2007 e lo stesso anno vincitore del Torino Film Festival, è difficile non sentirsi smuovere nelle viscere un qualcosa di indefinito ed indefinibile. Un senso di tenerezza e fastidio allo stesso tempo, che in maniera soave risveglia la parte infantile (nell’accezione buona del termine) più intima del nostro subconscio e per qualche istante ci fa scordare la malizia con la quale, volenti o nolenti, abbiamo a che fare ogni singolo giorno della nostra quotidianità. Assumere il punto di vista di Josie, semplice ed ingenuo benzinaio di circa quarant’anni di un piccolo paesino irlandese, sarebbe un espediente troppo facile da utilizzare per commuovere lo spettatore. Scelta, questa, che il regista Lenny Abrahamson scarta sin dalla prima inquadratura, percorrendo invece una strada oggettiva, fatta di campi medi, lunghi e lunghissimi, dove il nostro sguardo riesce a percepire una visione più ampia delle cose e della comunità che ruota intorno allo stesso Josie. Abrahamson ci offre l’opportunità di osservare una società annoiata e rassegnata che si nasconde dietro un’apparente facciata di solidarietà nei confronti di Josie ma che in realtà lo sfrutta per sentirsi meno depressa, utilizzandolo come divertente diversivo da compatire o prendere in giro per alleviare le proprie insostenibili pene. Il semplice benzinaio invece trasuda ottimismo da tutti i pori, o almeno si ostina a voler scorgere il lato positivo di una situazione che lo vede costantemente seduto davanti ad una pompa di benzina aspettando quei due o tre clienti per i quali rendersi utile e con cui scambiare due parole. Un universo, il suo, fatto di silenzi e solitudine, interrotti saltuariamente dall’incontro con la commessa del negozio dove va a fare la spesa o dalla confusione del bar dove qualche volta si ferma a farsi una birra. L’unico elemento che manca a Josie per potersi sentire completo è la presenza di un amico; cosa che crede di aver trovato in David, ragazzo quindicenne assunto dal proprietario dell’autorimessa per dare una mano durante il finesettimana. Da questo momento in poi, invece, la sua vita tranquilla prende una piega del tutto inaspettata che lo porterà a doversi confrontare con l’immotivata crudeltà degli abitanti del suo paese. «Quello che trovo interessante in Josie, come nella gente vera che si incontra nel film» dice il regista «è che ci vuole del tempo per capire come funzioni la loro testa. E io credo che sia questo l’intento del film: comprendere». Comprensione, dunque, ma anche solitudine ed infelicità sono i cardini di questa pellicola, che analizza un cambiamento radicale della società contemporanea, capace di emarginare chi viene considerato ingiustificatamente felice e sempre pronta a vedere il lato negativo delle cose, rendendoci fautori incoscienti di questa nuova ed estrema decadenza che ha ormai infettato il nostro mondo. Il tutto troverà comunque, almeno nel film, un suo “nuovo” e fortemente auspicato “normale” equilibrio, come ci lascia intendere la bellissima e commovente inquadratura finale.

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