Broken Lines – Venezia '65 – Giornate degli autori
giovedì 28 agosto 2008 di Luca Lardieri

(Broken Lines); Regia: Sallie Aprahamian; sceneggiatura: Doraly Rosa e Dan Fredenburgh; fotografia: Jean-Louis Bompoint; montaggio: Brand Thumim; musiche: Laura Rossi; interpreti: Paul Bettany (Chester), Olivia Williams (Zoe), Dan Fredenburgh (Jake), Doraly Rosa (B); produzione: Aria Films; origine: UK 2008; durata: 110’.

A volte l’essenza di un film, la sua anima, la struttura principale sulla quale una pellicola dovrebbe costruire le proprie fondamenta ed arrivare alla sensibilità di chi osserva (ovvero lo spettatore) si perde all’orizzonte e da essenza si tramuta in assenza. Assenza totale di collegamenti che abbiano una qualsiasi incisività artistica e/o narrativa. Quando l’autorialità vuole essere eccessivamente marcata, quasi sfacciata, il prodotto che ne esce non può che essere noioso, borioso e totalmente intangibile. Un film che cammina lento ed inspiegabile, per lunghi tratti completamente spiazzante ed inconcepibile, cosa che se la regista fosse riuscita a seguire una propria logica artistica, sarebbe potuta risultare una finezza; l’elemento in più, capace di parlare attraverso suggestioni, direttamente al subconscio del pubblico. In questo caso, però, ci si discosta totalmente da questa visione ed il tutto si trasforma in un qualcosa di profondamente irritante. Si parte da un “comodo” pretesto di crisi esistenziale (la morte del proprio padre) per dare il via al travagliato scorcio di vita del protagonista (seguito ossessivamente per quasi due ore), si passa attraverso turbolente pene d’amore e si giunge al(l’involontario) tragicomico finale dalla dubbia validità “filosofica”. Sallie Aprahamian confeziona una pellicola che pur parlando di stati d’animo e sentimenti intimisti, è priva dei degni approfondimenti psicologici, assolutamente necessari in una operazione di questo genere.
Il finale, totalmente sconclusionato, si apre e si chiude quasi istantaneamente, una sorta di sipario affrettato che tronca di netto la storia che già da sola aveva perso le fila di sé stessa. In realtà risulta alquanto complesso valutare l’opera senza essere eccessivamente crudeli, anche se tra le note positive vanno indicate le performance dei due protagonisti (un Paul Bettany sempre più bravo), i quali, pur nella confusione generale di una regia senza alcuna personalità di rilievo riescono a trasformarsi in specchi riflettenti un disagio tangibile aldilà della sua incomprensibilità. Gli sguardi, i sospiri, gli interminabili momenti di pausa e attesa estenuanti sono resi alla perfezione e destano quel barlume di interesse altrimenti assente. Altra nota estremamente positiva è rappresentata dal direttore della fotografia il quale segue il tutto con estrema lucidità.
Compiere operazioni del genere, al giorno d’oggi è alquanto rischioso e se non ci si ritrova tra le mani il fondamentale apporto di una sceneggiatura ben scritta e di dialoghi non banali, si rischia di mettere in scena un qualcosa che fa acqua da tutte le parti. Si poteva senz’altro osare di più, si poteva riuscire meglio nel proporre momenti di riflessione o quanto meno immagini dall’appeal superiore, invece non ci si è smossi dal compitino. Compitino per nulla riucito.

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