Teza
venerdì 27 marzo 2009 di Antonio Valerio Spera

(Teza) Regia e sceneggiatura: Haile Gerima; montaggio: Haile Gerima, Loren Hankin; fotografia: Mario Masini; musica: Vijay Iyer & Jorga Mesfin; interpreti: Aaron Arefe (Anberber), Abeye Tedla (Tesfaye), Takelech Beyene (Tadfe), Teje Tesfahun (Azanu); produzione: Negod-gwa Production/Pandora Film Produktion; origine: Etiopia; durata: 140’.

La storia del novecento dell’Etiopia ci riguarda in maniera particolare. L’invasione fascista del paese nordafricano ha infatti segnato notevolmente la sua società. I maggiori problemi politici si sono verificati dopo la caduta del regime italiano, quando in Etiopia ci si scontrò con la difficoltà di costruire un nuovo stato che si dimenticasse dell’occupazione fascista. Il risultato di questa ricostruzione fu però la salita al potere di Haile Mariam Mengistu il quale instaurò un regime marxista che portò terrore nella popolazione soprattutto dopo l’inizio di una guerra interna tra le due fazioni socialiste.
Teza, presentato in concorso, narra del ritorno dell’intellettuale etiope Anberger al suo paese d’origine dopo una permanenza di diversi anni in Germania per studiare medicina, ed attraverso le vicende di questo personaggio disegna sullo schermo le difficoltà socio-politiche presentatesi in Etiopia nel periodo postfascista. Il regista e sceneggiatore Haile Gerima costruisce il racconto quasi interamente in flashback, ripercorrendo il passato del medico rientrato da poco in patria con un gamba mutilata.
Mettendo in evidenza le contraddizioni di una società immobilizzata dalla militarizzazione e lasciando sentire l’atmosfera politica internazionale che si respirava negli anni ’70 e ’80, Gerima tratta le vicende di Anberger con un’empatia che fa trapelare un forte autobiografismo. I problemi socio-economici della popolazione dello stato africano e l’insoddisfazione per tale situazione si avvertono con impeto nel deciso attacco alla politica della violenza che governa l’intero globo. La critica dell’autore è totale e si scaglia contro l’atteggiamento di tutti coloro che non hanno permesso all’Etiopia di uscire dalla sua tragica realtà e che hanno contribuito al radicamento del suo clima di tensione. Quello di Gerima non è un attacco ideologico ma essenzialmente pragmatico, che si appiglia ai valori, forse inesistenti, di giustizia, rispetto e legalità.
Durante la visione dell’opera lo spettatore non può che ritrovarsi in uno stato di completo coinvolgimento. La narrazione costruita con un stile profondamente classico compone un quadro arioso ed avvolgente, impregnato di Storia, fratellanza e tumultuosa speranza. La sceneggiatura è compatta: delinea i personaggi minuziosamente e propone dialoghi e situazioni che riassumono in loro terrore e tristezza, incubi e sogni. Il degrado culturale ed economico dell’Etiopia penetra lo sguardo ed induce a pensare, a riflettere su se stessi, sulle proprie colpe, sulle proprie responsabilità. La regia non è mai presuntuosa, non prende strade visivamente complicate e lascia trapelare semplicemente una prepotente necessità di raccontare, di denunciare con le immagini e con le parole.
Nonostante le due ore e venti minuti di durata, Teza non presenta nessun momento vuoto, nessuna sequenza inutile. Il ritmo è veloce, il montaggio, nella sua semplicità, rende il racconto fluido e mai spezzettato. Gli interpreti, a partire dal protagonista Aaron Arefe, convincono, dominano le schermo e si fondono alla perfezione nell’ambiente disegnato dalla macchina da presa.
Teza, nella sua ottima messa in scena, manca però a tratti di quel quid visivo che potrebbe far volare ancora più alto il film. Nonostante questo, è un’opera che emoziona e commuove. Il pubblico del festival di Venezia ha gradito con lunghi applausi. Il presidente della giuria Wim Wenders e i suoi colleghi gli hanno giustamente assegnato il premio della Giuria.

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