Dragonball evolution
domenica 12 aprile 2009 di Alessandro Izzi
(Dragonball evolution) ; Regia : James Wong ; sceneggiatura : Ben Ramsey, dalla serie di graphic novel "Dragon Ball" di Akira Toriyama ; fotografia : Robert Mclachlan, ASC/CSC ; montaggio : Matthew Friedman, Chris Willingham, A.C.E. ; musica : Brian Tyler ; interpreti : Justin Chatwin (Goku), Chow Yun-Fat (Maestro Muten), Emmy Rossum /Bulma), Jamie Chung (Chi.Chi), James Marsters (Piccolo) ; produzione : Dune Entertainment, Star Overseas, Twentieth Century Fox ; distribuzione : 20th Century Fox ; origine : Usa/Hong Kong, 2008 ; durata : 84’ ; webinfo : Sito ufficiale

Dragonball evolution è un film che scontenterà incassando.
Non ci vuol fatica ad immaginare le file al botteghino, le sale relativamente piene (agevolate dal periodo pasquale e dalle due festività sulle quali gli altri distributori hanno scommesso poco) e i bambini pigolanti che sperano di vedere replicati sullo schermo i mirabolanti combattimenti letti sulle graphic novels e poi riformulati nelle serie televisive.
Non ci vuol molto neanche ad immaginare l’uscita dalla sala di questo pubblico in grande spolvero composto per lo più da adolescenti maschi e da ragazzini un po’ più piccoli (con padri a carico) che si son portati dietro all’occasione anche i pupazzetti comprati in edicola e le figurine stipate gelosamente nelle piccole e già gonfie tasche. Ce lo figuriamo accalcarsi velocemente verso l’uscita (la maggior parte non vedrà mai nemmeno la scena finale posta a due minuti dall’inizio dei titoli di coda) col pensiero che gli è piaciuto, ma con una punta di insoddisfazione che non sanno spiegarsi e che gli prude sulle dita come un pizzicorino insistente, ma non poi così fastidioso. Non ne sono capaci perché nessuno a scuola insegna loro a codificare il linguaggio audiovisivo e perché, anche se i professori di buona volontà (spesso quelli di lettere) fanno veder loro dei film in sconclusionati cineforum scolastici (in barba alle direttive SIAE), nessuno spiega poi loro come son fatti quei film, perché emozionano, perché ce li portiamo dentro per un po’ dopo la visione.
Così al papà che chiede loro se il film è stato bello, gli rispondono di sì, ma con una punta di indecisione nella voce.
In fin dei conti nella pellicola che ancora scorre sullo schermo alle loro spalle gli ingredienti che dovevano esserci ci son tutti : le scene di combattimento, i guerrieri alieni e Goku in piena forma come sempre allenato dal maestro Muten. Tutti in bella fila, più o meno dove ti aspetti che debbano trovarsi.
Certo ci vien negata la visione del Goku bambino, con la coda che lo fa trasformare in scimmione sanguinario ad ogni plenilunio. E certo mancano alcuni personaggi fondamentali (Crilin, Olong, Pilaf e via elencando), ma la trama nelle sue linee generali riprende abbastanza fedelmente alcuni degli snodi del fumetto e, almeno sulla carta, qualche intuizione più felice che nel manga c’è pure. C’è, ad esempio, l’idea di legare il progredire dell’abilità di Goku nelle arti marziali alla sua crescente consapevolezza sessuale (è carina ed inedita la scena in cui Chichi e il giovane guerriero dapprima accendono le torce del cortile con il potere della mente e poi le spengono in cerca di intimità con il fuoco che assume, di volta in volta, cangianti cariche allusive in un gioco di seduzione assai intrigante). C’è, poi, anche il racconto del rapporto con il nonno Goahn che nel cartone vive solo nelle parole spezzattate del bambino che non ricorda bene. Però, malgrado le belle intuizioni, qualcosa resta ancora fuori dal discorso, qualcosa ci impedisce l’emozione piena che ci travolge e scalda.
Di questo non so che non puoi incolpare il regista, che il suo lavoro ingrato (tirar fuori un film da un fumetto così eterogeneo e denso non è alla portata di tutti) lo fa con diligenza e alcune scene gli riescono con la giusta carica di visionarietà. Non puoi incolpare neanche gli attori che si piegano ai loro ruoli con inaspettate sottigliezze : Justin Chatwin, che è quello che si tirerà addosso, poverino, la maggior parte degli strali ti fa il suo Goku a metà tra quel bambino che ricordiamo nel manga e quell’adolescente che si porta scritto sul corpo e nelle movenze, Emmy Rossum dona a Bulma la giusta carica di energia e femminilità e persino Chow Yun-Fat tira fuori un Muten forse ancora troppo ateltico, ma inedito nel suo scetticismo ammantato d’una goccia di cinismo.
No : il problema di Dragonball evolution non è negli ingredienti che lo compongono, ma nelle dosi, nelle proporzioni della miscela.
Per te che sei abituato ai lunghi combattimenti del cartone animato che durano puntate e si trascinano per ore senza che la trama avanzi di un millimetro, questo Dragonball appare troppo veloce, troppo incalzante. L’azione corre via, nel film, come il fuso di un arcolaio meccanico che non puoi certo afferrare a mani nude. Non fai in tempo a renderti conto di una cosa che subito la storia è andata avanti dieci passi e tu, da dietro, arranchi a darle un senso. Hai appena realizzato che mancano due settimane alle fine del mondo che subito il countdown si riassesta su due giorni. E questa corsa contro il tempo si ribalta, e qui sta un peccato mortale, in una cavalcata abnorme nello spazio. Passi di ambiente in ambiente senza che nessuno di questi esca dalla categoria di sfondo e si faccia luogo. In un film che dovrebbe fondarsi sull’idea di un viaggio iniziatico e di crescita non è questo un piccolo difetto.
A Dragonball evolution avrebbero fatto molto bene una ventina di minuti in più. Forse anche una quarantina. Avrebbe avuto bisogno di pause vere, di sguardi, di parole che non ti portano avanti l’azione, ma i personaggi. Il suo peccato mortale non è il rispetto o il tradimento del fumetto, ma la fretta di cui è investito. Una furia di portare a casa l’epilogo che abbassa il valore anche delle sue parti più riuscite come avviene per tutta la parte iniziale a scuola che, in barba ai detrattori che evidentemente non hanno la memoria abbastanza lunga, non è una concessione al teen movie americano, ma una precisa allusione a Dragonball Z (anche se protagonisti del racconto non erano Goku e Chichi, ma Gohan e Videl).
Il secondo episodio di un’annunciata trilogia (che si farà probabilmente, dato il successo della pellicola sul mercato asiatico) potrà forse permettere al regista di aggiustare il tiro. Gli auguriamo di tutto cuore un film più compatto, più meditato e, misericordiosamente per noi spettatori, più lento.

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