[Rec]²
domenica 3 gennaio 2010 di Fabiana Proietti

[Rec]²; Sceneggiatura: Jaume Balagueró, Paco Plaza, Manu Diez; regia: Paco Plaza & Jaume Balagueró; fotografia: Pablo Rosso; montaggio: David Gallart; effetti speciali: Alex Villagrasa; interpreti: Oscar Sanchez Zafra (Jefe/Capo); Ariel Casas (Larra); Alejandro Casaseca (Martos); produzione: Castelao Productions; distribuzione: Mediafilm; origine: Spagna 2009; durata: 85’

Play/Pause/Rec. La luce rossa della telecamera si accende di nuovo, pochi secondi dopo l’ultimo agghiacciante frame – con la giornalista in cerca di scoop risucchiata via dalla misteriosa creatura – su cui si cristallizzava il primo Rec, sempre a Venezia, due anni fa.
Il sequel, che porta ancora la duplice firma di Paco Plaza e Jaume Balagueró, riparte da quell’istante, mostrando l’incubo dei nuovi soccorritori dopo quello dei cronisti d’assalto all’interno del condominio infestato da un non bene identificato morbo. E lo fa duplicando i punti di vista – già il titolo, [Rec]², attesta la vocazione degli autori alla moltiplicazione, tanto delle sequenze orrorifiche così come degli angoli di ripresa – affidando l’inevitabile parzialità del racconto a diverse videocamere, e dando così vita a un’articolazione campo/fuori campo che alla metà del film resetta l’azione presentandola secondo l’ottica di nuovi personaggi, finiti solo di sfuggita (in décadrage si sarebbe detto in altri tempi) nell’inquadratura dell’iniziale protagonista.
Lo spunto però non basta a cancellare l’impressione che [Rec]² sia una pallida imitazione del primo film. Ne segue la felice intuizione, quella che, puntando su un orrore più atteso che mostrato, per poi scioccare con ben assestati effetti di soprassalto, aveva fatto gridare alla rinascita tutta spagnola del cinema horror (poi confermata dalla risposta iberica ai celebrati Masters of Horror statunitensi, le Peliculas para no dormir), prontamente intercettata da Hollywood che proprio del fenomeno Rec ha riproposto un remake letterale, Quarantene.
L’iniziale continuità stilistica del sequel, che appare inevitabile data la contigua collocazione temporale, inizia presto ad assumere il sapore di uno svogliato ricalco, che gioca di accumulo anziché sull’empatia drammaturgica: e se il primoRec centellinava i momenti d’orrore, preoccupandosi di sviluppare personaggi e plot, con una magistrale costruzione della suspense, i primi episodi di terrore in rapida successione del sequel anestetizzano lo spettatore dopo i primi soprassalti.
Ma se sul piano della tensione [Rec]² esce perdente nel confronto con il predecessore, recupera invece terreno quando porta avanti – da metà film in poi – una riflessione sul mezzo che non si limita a ripetere quanto detto e sottinteso nel primo lavoro, in cui l’inferno della troupe diveniva una sorta di punizione per la società dell’immagine tutta, e in cui al contempo, il mezzo tecnico rimaneva l’unico input a non lasciarsi andare, ma a sopravvivere per documentare, per ricordare.
Se, infatti, questo aspetto persiste (la condanna passa dall’ambiziosa troupe al terzetto di ragazzetti curiosi, e sappiamo dal teen horror quanto la curiosità si paghi a caro prezzo…), qui la presenza già rilevante del medium cresce in maniera esponenziale (ancora quel numero 2 come apice) arrivando a porsi quasi come entità salvifica, strumento divino per combattere il Male.
Il cinema – in tutte le sue forme, dato che il film appare innegabilmente come un’agiografia del digitale – in quanto forma di resistenza alle tenebre dell’occulto (e dell’occultamento!) da parte del demonio così come di ogni altra forma mediatica, e dunque terrena, di possessione. Se di demoni si tratta, ci sembra, infatti, che si sia ormai saldamente lontani dall’esoterismo de L’esorcista. La niña Medeiros, che in Rec appariva solo nel finale, figura asessuata, sorta di Marilyn Manson fosforescente, non è simile in nulla alla giovanissima Reagan della pellicola di Friedkin. È una creatura digitale, che solo i raggi della videocamera possono percepire nel buio totale. Il male si propagherà, ma sarà solo per volontà e tramite il medium: è lui oggi l’unico dio, capace di salvare e uccidere nella più totale imperscrutabilità. Per lo meno nel Verbo di Plaza e Balagueró.

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