Il Canto delle spose
lunedì 21 dicembre 2009 di Nicola Cordone

(Le chant des mariées) Regia: Karin Albou; sceneggiatura: Karin Albou; fotografia: Laurent Brunet; montaggio: Camille Cotte, Béatrice Wick; scenografia: Khaled Joulak; costumi: Tania Shebabo-Cohen; interpreti: Lizzie Brocheré (Myriam), Olympe Borval (Nour), Najib Oudghiri (Khaled), Simon Abkarian (Raoul), Karin Albou (Tita); produzione: France 3 Cinéma, Cinétéléfi lms, Canal+, Cinecinema; distribuzione: Archibald Enterprise Film; origine: Francia; durata: 100’.

La forza dei sentimenti contro le devastazioni della guerra: Karin Albou, regista francese di origini ebreo algerine, ha scelto di raccontare una tenera amicizia femminile che resiste alla follia e alla violenza della Storia. Tunisi, 1942: Myriam e Nour sono due adolescenti che vivono nello stesso complesso di case popolari sin dall’infanzia; il tempo le ha volute compagne di giochi, complici e confidenti. Myriam è ebrea, Nour araba: la storia comincia con la festa del fidanzamento di Nour, che vorrebbe sposare il cugino Khaled, ma questi non ha ancora trovato un lavoro. Tita, la madre di Myriam (interpretata dalla stessa regista), combina contro il volere della figlia un matrimonio di convenienza con un maturo e facoltoso medico ebreo, per sollevarsi dall’indigenza cui sono state costrette a causa delle imposizioni del regime nazista. Mentre la Storia fa il suo corso cambiano anche i rapporti tra le due ragazze: Khaled, divenuto collaborazionista delle forze occupanti, ordina alla mite Nour di non vedere più l’amica del cuore e Myriam si separa dal marito Raoul, che viene deportato; le strade delle amiche sembrano destinate a viaggiare su binari paralleli e a non rincontrarsi, ma la guerra, artefice del loro distacco, diverrà il vero motivo del riavvicinamento, in un finale drammatico che si apre alla speranza.
Karin Albou racconta l’incidenza della Storia e della cultura sulle vite e sui corpi di due vittime innocenti, scegliendo di accompagnarle con la macchina da presa nell’intimità delle azioni quotidiane, dentro le loro umili case, ricostruite con pregevole accuratezza scenografica, o all’interno dell’ hammam, per indugiare sui loro volti teneri e impauriti o sulle pudiche nudità che evidenziano il bisogno di recuperare quella naturalezza di cui hanno perso memoria; la costante ricerca del contatto fisico è quindi pura espressione d’affetto e l’incrocio degli sguardi chiara esigenza di solidarietà e comprensione. Ma il corpo delle donne, venerato e controllato, è anche offeso e violato dai codici di una cultura arcaica e maschilista: il dolore di Myriam durante la depilazione pubica imposta da un’usanza prematrimoniale (in una sequenza assai disturbante per il suo estremo realismo) è violenza psicologica di asservimento alle regole più che sadica tortura. La guerra vive negli occhi languidi di Nour e in quelli allucinati della sua amica, ma il conflitto non viene mai mostrato - si intravede dai fori delle grate di una finestra o è spiato dalle fessure di un nascondiglio improvvisato -, è fatto soltanto “sentire” attraverso le detonazioni delle bombe, il rombo degli aerei nemici, il passo pesante e cadenzato dei soldati o la voce degli speaker che annunciano via radio gli aggiornamenti sull’evolversi del conflitto: la dialettica dentro-fuori della grande Storia sottolinea la natura intimista del racconto ed evidenzia la netta separazione tra l’universo vivo dei sentimenti e la disumanità degli eventi. Un racconto certo imperfetto, che manca della sapienza narrativa necessaria per colpire dritto al cuore, ma che riesce ugualmente a impressionare per la delicatezza dello stile e la forza del linguaggio, in un film che conferma il talento cinematografico di Karin Albou.

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