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Styx

Pubblicato il 16 febbraio 2018 da Matteo Galli

VOTO:

Styx

È interessante, è originale il film di produzione austro-tedesca intitolato Styx, ossia Stige che ha aperto la sezione “Panorama Special”, forse l’unica cosa un po’ più debole è proprio il titolo. Si tratta di una sorta di Kammerspiel che si svolge quasi tutto in mare, su una barca a vela di 12 metri, con un’unica attrice che non parla quasi mai e dove a farla da padrone sono i rumori del vento, la radio di bordo, gli scricchiolii e gli sciaguattii. Kita è un medico che lavora a Colonia nelle ambulanze, dove pochi secondi dopo un incidente stradale il ferito è tratto in salvo, circondato di macchine e soccorsi, esempio perfetto dell’Occidente capitalista, efficiente e garantito. Con uno stacco repentino Kita, appassionata velista (interpretata dall’ottima Susanne Wolff, essa stessa con patentino internazionale di velista), parte, solitaria, da Gibilterra - dove le scimmie si aggirano in un apparentemente simbiotico rapporto fra natura e cultura, ma in fondo fin da subito preannunciando l’elemento perturbante - con la sua barca modernissima e attrezzatissima alla volta dell’isola di Ascension, un paradiso in terra voluto da Darwin a metà dell’Ottocento (perfetta creazione di un ecosistema), il paradiso, il sogno privato di Kita in mezzo all’Oceano, in mezzo all’Atlantico, non lontano da Sant’Elena, non lontano da Tristan da Cunha, fra l’Africa e il Sudamerica – e nei momenti di bonaccia sfoglia un sontuoso volume illustrato che le mostra in anteprima quel che tra poco vedrà con i suoi occhi. Anche in situazioni estreme Kita si sa destreggiare con grande perizia, neanche una tempesta di quelle forza 9 le fa perdere il controllo, la macchina da presa le gira intorno, da ogni possibile posizione la tallona e lei è sempre padrona del piccolo mondo della barca, del grande mondo dell’oceano. Senonché Kita cerca il Paradiso ma trova l’Inferno (di qui Stige, evidentemente), una nave di profughi, di naufraghi, in mezzo al mare, nessuno che capisca l’emergenza, nessuno che voglia intervenire, a poco o nulla servono reiterati “mayday”. Solo un ragazzo quattordicenne si aggrappa alla scialuppa e si issa esausto fino alla barca di Kita, molti altri naufraghi la barca di Kita non li conterrebbe comunque; magra consolazione, certo, meglio che nulla, quasi solo un aiuto simbolico, per uno che si salva centinaia muoiono. Dalle nostre parti tutte cose ultranote, non c’è bisogno di arrivare in mezzo all’Atlantico per fare questa esperienza. Ma Kita non si dà per vinta, e neanche il ragazzino si dà per vinto e accompagnando il gesto con la recitazione di una specie di rosario laico, butta in mare una bottiglia d’acqua per ogni amico, fratello, compagno che non ce la farà a salvarsi, e a un certo punto butta in mare anche chi l’ha salvato. Kita, alla fine, non sa più chi è, l’Inferno ha nettamente sopravanzato il Paradiso, la dottoressa che si credeva padrona del mondo perde totalmente il controllo, dal diporto al disastro, dall’Ascension al descensus il passo è brevissimo. Giocato sulla sottrazione, il film funziona bene in tutti i suoi elementi: la sceneggiatura (che può tranquillamente fare a meno dei dialoghi), la fotografia, il montaggio, gli attori, il sonoro. Il film è anche il frutto di un progetto solidale che s’intitola One Fine Day, ideato da Tom Tykwer e dalla moglie una decina d’anni fa; attori alleviati e allevati in paesi disagiati o in quartieri dormitorio, in questo caso l’attore che interpreta il ragazzino salvato dalla dottoressa abitava in uno slum di Nairobi. Di origine austriaca il regista Wolfgang Fischer, nato nel 1970, è in Italia sconosciuto e anche nei paesi di lingua tedesca non è particolarmente celebre. Questo film, a cui ha lavorato per molti anni (il progetto era nato prima che la Mitteleuropa venisse investita da un’ondata di profughi) potrebbe lanciarlo.


CAST & CREDITS

(Styx). Regia: Wolfgang Fischer sceneggiatura:Wolfgang Fischer, Ika Künzel; fotografia: Benedict Neuenfels; montaggio: Monika Willi; interpreti: Susanne Wolff (Rike), Gedion Oduor Wekesa (Kingsley); produzione: Schiwago Film, Berlin, Amour Fou, Vienna; origine: Germania-Austria 2018; durata: 94’.


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