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The house that Jack built

Pubblicato il 17 maggio 2018 da Anton Giulio Onofri

VOTO:

The house that Jack built

Nel 2011 Lars Von Trier partecipò al Festival di Cannes con Melancholia: per certe sue affermazioni su Hitler pronunciate durante la conferenza stampa del film, l’establishment del Festival lo dichiarò persona non grata bannandolo per sempre dalla Croisette (ma il film era così bello che vinse comunque una palma: quella per la migliore interpretazione femminile a Kirsten Dunst). Sette anni dopo (siamo nel 2018) è pace fatta. Il Delegato Generale del Festival Thierry Frémaux lo invita a portare fuori concorso e in prima mondiale la sua ultimissima opera, The house that Jack built, presentata fra le consuete mille polemiche che sempre accompagnano il lavoro del cineasta danese: più che esprimere con pertinenza e competenza un giudizio sul film, i giornali e i social si sono scatenati riportando la notizia degli spettatori in fuga a proiezione ancora in corso, irritati e disgustati per le immagini crude ed esplicite di violenza ‘gratuita’ e ‘misogina’.

Al di là di queste sciocchezze, che lasciano il tempo che trovano, The house that Jack built è la summa di tutto il cinema di Von Trier, uno spietato autoritratto in veste di psicopatico serial killer che si interroga dove abbia origine il Male assoluto: perché se il Paradiso forse non esiste, l’Inferno esiste eccome, si annida nelle viscere della Terra, nel fondo della nostra anima, o nel negativo di una fotografia dove alla luce di una lampada accesa corrisponde il nero più atro e insondabile.

Jack (come il celebre Squartatore) ammazza persone, in prevalenza donne (ma ci sono anche due cattelaniani bambini), catalogate con compulsiva maniacalità forse derivata dall’abortita aspirazione di diventare ingegnere architetto, e impiega la stessa calcolata e ossessiva attenzione nello scegliere le proprie vittime, perseguirle, ucciderle e collezionarne i corpi congelati, con cui il mitico pianista canadese Glenn Gould, citato con ampi stralci di videorepertorio inseriti in montaggio insieme a foto e citazioni di opere d’arte di ogni epoca, animazioni didattiche, tableaux vivants e sequenze dei film precedenti di Von Trier, curava il fraseggio del suo Bach snocciolato al pianoforte. Questo spietato e feroce assassino ha il volto di Matt Dillon, icona di sensuale gioventù e bellezza mascolina negli anni ‘80, in un ruolo che ridefinisce le sue qualità e la sua prestanza di interprete rilanciandone la carriera verso nuove future prove attoriali di rinnovato e maturo spessore. La sua ex-bellezza, emaciata e irrigidita dal mento sfuggente e da due occhi scuri oggi più incavati e rimpiccioliti, gli conferisce quell’aria da pazzo pericoloso, in grado tuttavia di conquistarsi con onesta credibilità la simpatia e la fiducia delle malcapitate signore o signorine che finirà per sgozzare, sventrare, squartare o impalare per le due ore e mezza di durata della visione. Von Trier evita la banalità di volercelo far risultare simpatico, ma condivide con noi spettatori ad ogni passo del racconto la propria attrazione/ripugnanza per un assassino tanto feroce né più e né meno come farebbe uno scienziato che volesse appassionare anche noi nell’osservare insieme, per analizzarlo e studiarlo in ogni aspetto e forma, un fenomeno naturale. E’ il Male ad interessarlo: puro, immotivato, irrazionale, i suoi meccanismi, la perversione che lo genera, la presunta consapevolezza del mostro che sceglie volontariamente di compiere gesti tanto bestiali. Tutto il contrario dell’ostentazione compiaciuta e gratuita millantata da certe chiacchiere immediatamente circolate dopo la proiezione da chi evidentemente percepisce ormai il mondo secondo schemi percettivi strutturati a compartimenti stagni non comunicanti...

Il film è una progressiva discesa agli Inferi, anzi, verso un Inferno dantesco strutturato esattamente come la celebre iconografia geofisica della Divina Commedia. E’ lo stesso Jack a calarcisi, omicidio dopo omicidio, girone dopo girone, accompagnatovi da un mite Virgilio, che in un pacato e dotto duetto fuori campo lo psicanalizza facendosi raccontare, elencare, per filo e per segno, ogni dettaglio utile per risalire, o riscendere, alla radice del ‘problema’. Voce di questo alter-ego speculare che interpreta il proprio desiderio di autocoscienza è quella, squisitamente inflessa verso gutturalità germaniche, con divertenti fughette nel dialetto napoletano, di Bruno Ganz, e pazienza per chi vedrà il film doppiato, che tutto questo se lo perderà per strada. Già, perché se The house that Jack built contiene tante immagini che illustrano la progettazione e la messa in opera del Male ai danni di vittime umane, secondo il principio delle ‘Variazioni sul tema’, spesso e volentieri presente nel cinema quasi sempre sezionato in capitoli e parti di Von Trier, dunque una varietà e una ricchezza di situazioni diverse e altrettante modalità di esecuzione, è anche un film parecchio parlato. Tra i dialoghi con Bruno Ganz e quelli con le sue vittime, Jack parla, parla, parla, elabora, spiega, nel disperato tentativo di fornire a chi lo ascolta la chiave per aiutarlo a rispondere al proprio interrogativo: perché lo faccio?

Troverà la risposta nell’ultima inquadratura. E’ naturale che chi esce prima della fine non lo saprà mai. Come forse non saprà mai come si guarda un film e come ci si deve accostare ad un autore, anche controverso, discusso e discutibile come Lars Von Trier. Che resta dei cineasti contemporanei tra coloro che più si spendono e si espongono in prima persona, con il coraggio e l’audacia dell’artista che frugando nel lato oscuro, nel marcio, nella malattia, nella follia del mondo, continua a chiedersi, nella speranza di trovare nel cinema una risposta plausibile da condividere con tutti i propri spettatori: perché lo faccio?


CAST & CREDITS

(The house that Jack built); Regia: Lars Von Trier; sceneggiatura: Lars Von Trier; fotografia: Manuel Alberto Claro; montaggio: Molly Malene Stensgaard; interpreti: Matt Dillon, Bruno Ganz, Uma Thurman, Siobhan Fallon Hogan, Sofie Gråbøl, Riley Keough; produzione: Zentropa Entertainments; origine: Danimarca, Svezia, Francia, Germania, 2018; durata: 155’


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