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Torino 2016 - Operation Avalanche

Pubblicato il 19 novembre 2016 da Anton Giulio Onofri

VOTO:

Torino 2016 - Operation Avalanche

Un film straordinario. Dal lontanissimo 1983, quando Zelig (di Woody Allen) sdoganò al cinema il genere del mockumentary, cioè il racconto di fatti e personaggi totalmente inventati facendoli passare per veri grazie a finti materiali d’archivio girati e realizzati con tecniche che li fanno sembrare autentici documenti d’epoca, non si era mai vista un’operina così riuscita e perfetta. L’ipotesi non è nuovissima: il primo sbarco sulla Luna, il 21 luglio 1969, dei tre astronauti Armstrong, Aldrin e Collins (quest’ultimo – lo sapevate? – è nato a Roma il 31 ottobre del 1930: una targa non proprio corretta su un palazzo dietro Via Po lo ricorda trionfalmente come “primo uomo sulla Luna”, quando dell’equipaggio dell’Apollo 11 Collins fu quello che restò a bordo della navicella spaziale ad attendere il rientro degli altri due) sarebbe un falso architettato dalla NASA per poter vantare, in piena guerra fredda, di aver vinto la sfida con l’Unione Sovietica, che nel 1957 aveva per prima lanciato nello Spazio, e con successo, lo Sputnik. Già nel 1978 l’ottimo Capricorn One di Peter Hyams si era ispirato a questa teoria del complotto, che ebbe una fortuna notevole fin quando l’intero programma spaziale americano fu drasticamente ridimensionato per via della crisi energetica, adombrando nel racconto di una ipotetica missione su Marte, decisioni e responsabilità gravissime da parte del governo degli Stati Uniti molto simili a quelle che circolarono in seguito all’attentato alle Torri Gemelle. Ma al di là della “trama”, quel che stavolta incanta e sorprende in questo Operation Avalanche, diretto e interpretato da Matt Johnson (“as himself”, ovvero “nel ruolo di se stesso”, a svelare con incontestabile candore l’evidenza del gioco di fantasia messo in scena con tanta destrezza) e presentato al Festival di Torino nella sezione After Hours, è l’assoluta perfezione della verosimiglianza del fake, grazie alla magistrale perizia con cui non solo è stata ricostruita l’America degli anni ’60 – e dunque automobili, cravatte, magliette, cappellini di paglia, occhiali, penne biro, e naturalmente cineprese, moviole, cavalletti, proiettori e quant’altro – ma anche il prodigioso lavoro sui supporti tecnici utilizzati all’epoca e il relativo “sguardo” da questi reso possibile, condito da quella lungimirante spettacolarità televisiva di chi, come i finti reporter ingaggiati dalla CIA per realizzare il finto film dell’allunaggio, già poteva prevedere quanto sarebbe diventata falsa, drammaturgicamente convincente e ritmicamente vorticosa la televisione del futuro, strumento necessario, anzi imprescindibile per spargere a macchia d’olio una incontrastata propaganda. Ma attenzione: non siamo solo nell’ambito del puro e semplice, per quanto ben fatto, “esercizio di stile”. Un esempio: dopo un’ouverture girata in 8 millimetri e in bianco e nero, in cui dimostrano con successo ai boss della CIA di saper maneggiare certe attrezzature per ottenere l’incarico di girare un finto documentario allo scopo di individuare una presunta spia sovietica infiltrata nella NASA, Matt Johnson e la sua crew chiedono di poter utilizzare delle “cineprese migliori”: a questo punto, in un normale film dei giorni nostri, si passerebbe con naturalezza al digitale, e magari al formato panoramico. Filologicamente, invece, con grande azzardo rispetto alle esigenze del pubblico delle attuali sale cinematografiche, arriva, sì, il colore, ma girato in un autentico Super8, scrupolosamente stampato poi su digitale fotogramma per fotogramma, con una lavorazione che ha richiesto un anno intero. Insomma, ci si trova davanti ad un piccolo, magistrale capolavoro che abbina intelligenza e assenza di banalità e trascende la consueta emotività cinefila con un understatement raro e sempre benedetto in questi tempi di enfasi e toni mal gestiti: la sequenza in cui si va a sfiorare direttamente il Mito, cioè quando gli improvvisati videasti si introducono clandestinamente sul set di 2001: Odissea nello Spazio per rubare a Stanley Kubrick il segreto di qualche effetto speciale utile alla confezione di un prodotto che non desti dubbi sulla sua assoluta veridicità, è tra i più splendidi e toccanti esempi di amore puro per il Cinema visti da anni sul grande schermo. Né vanno sottovalutati gli aspetti più politici del film, che conferiscono a quello che potrebbe risultare un semplice e pur divertente “period movie” statura e spessore di imprescindibile, dolente film-testimonianza sulla situazione dell’informazione mediatica occidentale, soprattutto alla luce dei nuovi scenari aperti dalla vittoria di Donald Trump alle recenti elezioni presidenziali USA.


CAST & CREDITS

(Operation Avalanche); Regia: Matt Johnson; sceneggiatura: Matt Johnson, Josh Boles; fotografia: Andy Appelle, Jared Raab; montaggio: Curt Lobb; musica: Jay McCarrol; interpreti: Matt Johnson, Owen Williams, Josh Boles; produzione: Zapruder Films, Resolute Films; distribuzione: Lionsgate; origine: Canada, USA, 2016; durata: 94’


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