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Venezia 76 - J’accuse

Pubblicato il 31 agosto 2019 da Anton Giulio Onofri

VOTO:

Venezia 76 - J'accuse

Raccontare la Storia passando da un totale con centinaia di comparse in costume al dettaglio di una medaglia al valore che cade nella fanghiglia; inquadrando cinque figure adagiate su un prato a far colazione nella stessa postura e soffuse degli stessi colori di un dipinto impressionista; filmando corpi, volti, tube, uniformi, mustacchi, pince-nez, toilettes muliebri, velette, crinoline, vestaglie, mappamondi, scaffali d’archivio, con quel senso plastico delle immagini comune, tra i registi oggi in attività, solo a Spielberg, o a Shyamalan (oltre a Hitchcock, Ophüls e David Lean tra quelli che non ci sono più), rievocando con la mano antica del grande romanziere la nobiltà dei sentimenti, dei princìpi, dell’onore, che animava la società europea sullo scorcio finale del secolo decimonono, maturata e cresciuta dopo un secolo dalla rivoluzione del 1789 eppure pronta a cadere nel baratro imminente di una Guerra Mondiale: questo è il miracolo che è riuscito a compiere Roman Polanski con la sua nuova opera, tratta dal best-seller di Robert Harris e con lui sceneggiata, J’accuse. Chiunque abbia letto la Ricerca del Tempo Perduto di Marcel Proust sa bene che, con i Guelfi e i Ghibellini, o i Capuleti e i Montecchi, tra le più famose fazioni opposte nella Storia dell’Occidente ci sono i Dreyfusardi e gli Antidreyfusardi, protagonisti di un momento storico solcato da fermenti e tensioni che andavano al di là della politica, pur condizionandola direttamente determinando e delinenando i punti cardine della futura attività politica della destra nazionalista e conservatrice, e del socialismo progressista. L’Affaire Dreyfus, argomento di conversazione nei salotti del Beau Monde parigino come nei caffè, nelle piazze e negli ambienti più popolari di qua e di là della Senna, spaccò letteralmente in due una nazione evidentemente giunta a un punto di pericoloso stallo per le idee di libertà e giustizia gestite da un potere ancora troppo ubriaco di se stesso per potersi spogliare dei pesanti retaggi ideologici che agitavano l’intero scenario politico di un Continente appesantito dallo spettro dei nazionalismi e dell’antisemitismo. In breve: per risolvere un grave caso di spionaggio militare, piuttosto che individuare il vero colpevole si preferì incastrare Alfred Dreyfus, un ebreo totalmente immeritevole dell’accusa di alto tradimento per la quale fu degradato in pubblico e spedito in esilio in un’isoletta sperduta nelle colonie francesi. Ma il colonnello Piquart scopre indizi tali da smontare l’accusa e dunque invalidare la sentenza della Corte, e con nuove prove che scagionerebbero il condannato vorrebbe far riaprire il caso, coinvolgendo personalità della politica e della cultura, come lo scrittore Émile Zola, che denunciò sulle prime pagine dei giornali tutte le più alte cariche del Governo e dell’Esercito con l’accusa (‘J’accuse...’) di aver inquinato le prove e aver formulato troppo frettolosamente il verdetto di colpevolezza.

Non è un caso che Polanski tenesse in particolar modo a realizzare un film sul caso giudiziario di un innocente perseguitato con l’ostinazione di un sistema di potere insensibile al dolore profondo e alla dignità vilipesa di un uomo e di un’intera famiglia. Non è difficile intuire quanto la stessa vicenda giudiziaria che da oltre 40 anni gli impedisce di viaggiare liberamente e lavorare in piena serenità debba avergli fornito un bagaglio motivazionale di entità notevole. Ha aspettato otto anni per riuscire a trovare i finanziamenti che gli permettessero di girare J’accuse con un cast interamente francese che inanella nomi di stellare qualità, da Jean Dujardin a Luis Garrel, da Mathieu Amalric a una lunga serie di nomi augusti della Comédie Française, e la lunga attesa ha prodotto l’effetto di un’urgenza narrativa di speditezza beethoveniana: alla musicalità asciutta della macchina da presa che incede come uno spadaccino concentrato su tempi e scarti dell’affondo, Polanski combina l’amore profondo per l’umanità del compositore del Fidelio e della IX Sinfonia, la sua comprensione per tutti i sentimenti, anche i meno limpidi, di chi non possiede la statura per decodificarli, stretto fra l’obbligo dell’obbedienza agli ordini, cardine di un sistema che di questi ordini è consustanziato, e che crollerebbe su se stesso qualora venisse meno il rispetto per la gerarchia che lo gestisce.

Ma il calore e la tenerezza che Polanski riserva ai piccoli gesti dei grandi e meno grandi protagonisti di questa storia reale e di attualità più che vivida, considerando l’angosciante panorama politico e sociale che minaccia il nostro mondo con il ritorno dei nazionalismi e dell’odio razziale, sono la firma autografa ed inconfondibile di uno degli ultimi grandi umanisti della macchina da presa: una sigaretta spenta in una cineriera come sigillo di un ordine non scritto; un mustacchio che frigge tra zigomo e guancia ripreso di sguincio per sopprimere una reazione d’ira sconveniente da esibire in pubblico; il Secondo Quartetto con pianoforte di Fauré eseguito forse proprio nel salotto della proustiana Madame Verdurin, dove al posto di Marcel compare, mescolato tra gli ascoltatori in piedi, lo stesso Polanski; la discreta intercettazione di una relazione sentimentale tra due uomini commentata dagli investigatori con quell’umana pietà che era il massimo da pretendersi nella Parigi (ed è di nuovo Proust) dei Jupien e degli Charlus... Le inquadrature dedicate a sua moglie, Emmanuelle Seigner, accarezzata dai bagliori del sole in controluce in rispetto della sua età non più giovanissima, o scoperta sui seni e sulle ginocchia fin dove può arrivare la giustificata gelosia di un marito innamorato: tutti indizi della monumentale statura morale di un narratore prolifico e generoso, che dietro l’apparenza del period piece ci impartisce la sua magistrale lezione di regia. E di vita.


CAST & CREDITS

(J’accuse); Regia: Roman Polanski; sceneggiatura: Robert Harris, Roman Polanski; fotografia: Pawel Edelman; montaggio: Hervé de Luze; musica: Alexandre Desplat; interpreti: Jean Dujardin, Luis Garrel, Emmanuelle Seigner, Mathieu Amalric, Melvil Poupaud, Vincent Perez; produzione: Légende, R.P. Productions; distribuzione: 01 Distribution; origine: Francia, 2019; durata: 126’


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